martedì 3 settembre 2013

Intervista al Regista sardo Peter Marcias, regista del film "Dimmi che destino avrò", anteprima a Londra il 4 ottobre ai Raindance Film Festival 2013..

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/dimmi-che-destino-avro_20130607093941.html#.UiY8rTbIZ89

http://raindancefestival.org/films/my-destiny/

"Dimmi che destino avrò" avrà l'anteprima a Londra il 4 ottobre ai Raindance Film Festival 2013



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WSI
Martedì, 3 Settembre 2013

REPORT - Italy, Cultura

Dimmi che destino avrò

Intervista al regista Peter Marcias.

Dimmi che destino avrò
In un mondo del cinema consacrato alla tecnologia e al 3D si incontrano ancora voci originali che si nutrono di poesia e di idee e cercano di trasmettere a un pubblico cannibalizzato dai nuovi mezzi del cinema, l’importanza dei silenzi, della lentezza e della semplicità.

Abbiamo intervistato un giovane regista di origine sarda, Peter Marcias (Oristano, 1977), autore di vari film tra cui I bambini della sua vita del 2011 e Dimmi che destino avrò, distribuito in questi mesi nei cinema italiani da Gianluca Arcopinto e la sua Pablo, con grandi apprezzamenti da parte di critica e pubblico. Ci ha accolto con solarità e simpatia nella sua calda dimora romana arredata con spirito e fantasia e ci ha stupito con la sua spontaneità.

PB: Salve Peter! Ho visto il film Dimmi che destino avrò con mia figlia di nove anni che ha detto: “Finalmente un film senza violenza e delicato”, è stato un intento della tua regia o dello sceneggiatore di trasmettere allo spettatore questo messaggio?
PM: Guarda, è partito tutto dallo sceneggiatore, Gianni Loy, che mi ha detto: “Peter, ti vorrei presentare degli amici… Mi è venuta un’idea che è nelle tue corde”. Gianni è un uomo sensibile, è un professore, un giurista, un uomo pieno di talento e interessi. Mi ha condotto al campo Rom di Monserrato – una cittadina attaccata a Cagliari – e da quel momento ho fatto lo stesso percorso che ha fatto il commissario nel film, sono stato invitato nelle baracche a prendere un caffè e poi tutto il resto. Devo dire che la prima impressione è stata piacevole: tutti quegli ambienti colorati e pieni di oggetti, quelle stufe sempre accese, quel calore che permea le stanze, quel continuo caricare la legna… insomma quelle case di legno sembrava che mi accogliessero. Da questa sensazione è partita l’atmosfera del film, il gusto per la convivialità è stato suggerito proprio dall’ambiente. Poi i film si sviluppano per mesi e il resto avviene strada facendo. E sono stati importanti i consigli del produttore Gianluca Arcopinto.

PB: Qualcuno ti ha chiesto che senso ha questo film senza effetti speciali nel futuro del cinema, ma tu credi che il vero cinema abbia un futuro negli effetti speciali, nella tecnologia spinta, nel chiasso degli inseguimenti, nei continui spostamenti della scena per confondere e stupire lo spettatore, oppure credi che siano le idee a dover veicolare il messaggio del cinema?
PM: Non la penso così, anzi, mi piacerebbe fare un film di quel genere, io sono versatile e malleabile. Per questa storia era utile avvalersi dei silenzi, il percorso narrativo lo rendeva indispensabile. In Italia c’è tutto un sottobosco di registi che fa nascere questo genere di film, ma secondo me si possono fare degli ottimi film anche giovandosi della tecnologia. Certo, visto che oggi il cinema se la deve cavare con dei piccoli budget, alla fine siamo costretti a lavorare molto sulle idee, però non ti nascondo che mi piacerebbe girare un film utilizzando le possibilità che offre la tecnologia, a patto, però, che si tratti di una bella storia.

PB: Perché hai fatto un film sulla cultura Romanès? Ti piace aprirti alla diversità in generale oppure sei attratto dalla magia dei Rom? O semplicemente preferisci schierarti con i più deboli?
PM: Io non sono dalla parte di nessuno quando giro un film, piuttosto mi coinvolgono le storie, mi piace arricchirle con un mio sguardo personale. E stavolta è capitato con questa sceneggiatura di Gianni Loy, che è un profondo conoscitore della cultura Rom. Mi piace, senza dubbio, parlare di diversità. Se devo essere sincero, cerco di far scontrare le diversità perché credo che questo confronto generi una crescita. In questo film è la diversità del commissario, di Alina, del figlio del commissario, della città di Cagliari, insomma tutte le diversità che sbucano dalla macchina da presa.

PB: Mi racconti un aneddoto sui campi nomadi?
PM: Ce ne sono diversi, ma mi viene in mente l’inizio. Dovevamo girare il film nel campo di Monserrato, ma due settimane prima di cominciare a girare, si è ammalato una personalità molto importante del campo. Lo avevo attentamente selezionato per interpretare il ruolo del padre di Alina, un ruolo importante! Mi hanno chiamato alle sette del mattino e mi hanno comunicato che Zahid era stato ricoverato e che era in coma. Ci sono stati attimi di forte apprensione, infatti il povero Zahid poi è morto. Io sono anche andato al suo funerale, l’ho vissuto con tutti loro. La questione più drammatica è che in un campo Rom quando muore una personalità importante si devono osservare 40 giorni di lutto… e non si può fare nulla, non si può accendere la televisione, non si può festeggiare e di certo non si può girare un film… Ma io dovevo iniziare le riprese, non potevo aspettare… i tempi, il budget… Insomma, alla fine ho cambiato campo, sono andato a girare al campo nomadi di Dolianova/Selargius utilizzando anche le persone già scelte a Monserrato. Ho mischiato le persone dei due campi ed è stato bello, ho potuto conoscere gente diversa, alla fine è stata una vera opportunità.

PB: Hai lavorato con due attori professionisti come Luli Bitri e Salvatore Cantalupo, ma la maggior parte dei protagonisti di questo film sono veri Rom e Sinti, giusto? Come è stato lavorare con loro? Che emozioni ti hanno trasmesso? Cosa ti hanno insegnato?
PM: È stato molto complesso fare i provini. La mia selezione è stata attenta e precisa. Grazie alla Fondazione “Anna Ruggiu” c’è stata una collaborazione con un regolare rapporto di lavoro, sono stati assunti in tutti i ruoli, attori, ma anche come aiuti alla scenografia, all’organizzazione, al catering e questo ha facilitato il nostro rapporto. Loro poi sono stati un’occasione perché mi hanno ricordato cosa manca oggi a noi italiani che viviamo in queste grandi città, in una dimensione spersonalizzante. Anche loro, per la verità, sono italiani, ormai vivono nel campo da quasi quarant’anni, ma hanno un modo di vivere che ricorda i piccoli paesi della Sardegna, dove si sta tutti insieme. I Rom vivono molto le relazioni, ci sono continue discussioni, dibattiti, discorsi anche molto accesi, mentre noi a Roma, oggi, non sappiamo nemmeno chi abita alla porta accanto… sia a Roma, ma anche a Cagliari, viviamo una situazione di solitudine e di disinteresse nei confronti dell’altro. Nella loro comunità c’è invece molta attenzione all’altro, ad antichi valori che noi abbiamo perduto. Loro mi hanno insegnato, quindi, l’importanza dei rapporti umani.

PB: E come vi siete preparati con la Bitri per farle entrare dentro il mondo Rom, per essere una di loro? Il risultato è stupefacente, è veramente a suo agio nel ruolo di Alina?
PM: Luli è una grande professionista, si è formata all’Accademia di Tirana. Lei interpreta un ruolo dopo essersi preparata, è molto recettiva nel profondo, tende a disinteressarsi, invece, delle cose futili. La preparazione più importante è avvenuta sul campo. Lei si è veramente messa in discussione buttandosi in quel tipo di vita per comprenderla e per poter diventare una di loro. Si è immersa in quella cultura e l’ha fatta sua. Non è stato facile, ma il risultato è stato ottimo grazie alla sua professionalità ma anche grazie alla sua volontà di mettersi in gioco, in ascolto degli altri e della sua voglia di imparare. Una delle cose che l’ha affascinata è stato il modo di vivere non strutturato e con poche certezza, una qualità che, per come si sta evolvendo la società, dovremmo conoscere meglio tutti noi che non ne abbiamo esperienza.

PB: Parlami dell’ambientazione del film: perché la scelta di una città come Cagliari, avevi bisogno di contrapporre il mare, la spiaggia, al disordine delle baracche dei campi Rom? Oppure il senso di infinito dell’orizzonte marino ti serve per allargare i confini con cui siamo abituati a confrontarci?
PM: Non vorrei fare un discorso troppo spicciolo, ma Cagliari è la mia città e ha sempre un posto nel mio cuore. Quando tu hai un’idea ti viene sempre più facile svilupparla, pensarla dietro casa. Nelle storie, occorre raccontare ciò che si conosce, anche se i grandi riescono a raccontare bene anche ciò di cui non hanno diretta esperienza. Poi Cagliari, la Sardegna, si prestano bene, mi piaceva narrare la dimensione dell’isola, l’accoglienza dei nomadi che vivono nel loro isolamento strutturato da secoli. E poi volevo tornare a girare a Cagliari per raccontare una versione diversa rispetto a quella che emerge dall’altro film I bambini della sua vita… Era anche un mio bisogno…

PB: In questo film non hai lavorato con scenografi professionisti, eppure le scene interne alle baracche zingare sono molto calde, c’è in qualche modo una certa poesia negli accostamenti degli oggetti, come hai ottenuto questo effetto? È merito delle inquadrature?
PM: Il merito è stato di lasciare tutto com’era. Le comunità Rom hanno dinamiche di spostamento e di organizzazione che sono molto poetiche soprattutto sul nascere della giornata. Ti faccio un esempio: loro si alzano la mattina e non pensano minimamente di farsi una doccia, di pettinarsi – non sono perfettini come noi e non lo dico con un’ombra di giudizio – loro stanno con i capelli arruffati, con i vestiti sgualciti, hanno una sorta di non precisione che genera un disordine metodico. Anche coloro che non sono allineati hanno un loro poetico ordine e questo traspare anche nel disordine che regna nel campo e che lo rende molto suggestivo. Puoi trovare il pentolino sul letto, la pastina sul divano e tutto questo è assolutamente naturale e spontaneo. Io sono stato molto attento a questo dettagli, ho cercato di coglierli. Le scenografie le hanno generate artisticamente loro stessi, io le ho fissate rispettosamente sulla pellicola.

PS: Quando hai girato il film I bambini della mia vita hai lavorato con scenografi professionisti come Ewa e Osvaldo Desideri, abituati ai più grandi registi del cinema, come ti sei trovato? Quale è stato il loro valore aggiunto alla tua regia?
PM: Con loro mi sono trovato molto bene. Hanno un modo di lavorare – lo dico senza giudizio ma piuttosto con ammirazione – molto accademico, hanno una notevole percezione delle cose strutturate con senso. Un tempo i set dei grandi registi erano studiati in ogni dettaglio, anche con un’accurata ricostruzione storica, ma i budget dei film erano diversi. La mia scommessa è stata mettere dei mostri sacri della scenografia in un film d’autore con piccoli capitali – questo film non ha superato il milione di euro –, è stata veramente una sfida. Osvaldo ha vinto l’Oscar per L’ultimo Imperatore di Bertolucci, è uno che sa il fatto suo, ha trovato delle soluzioni che hanno consentito di allineare la sceneggiatura. Lui ed Ewa hanno avuto una fantastica idea: aprire la Manifattura Tabacchi per girare le scene al suo interno. Sono riusciti a vedere il potenziale di quel luogo, costruendoci un piccolo set, una piccola Cinecittà sarda. Sono stati molto bravi a reinventarsi la città, a strutturare tutta la situazione in maniera molto più oggettiva di come avrei fatto io e hanno dato un’immagine poetica della mia città vedendo delle cose, delle realtà, degli scorci, che io non avrei visto… forse l’avrei infarcita della mia soggettività da sardo.

PB: È vero che si parla anche di bambini, ma il tema di questo film si presta poco alla visione di un pubblico troppo giovane, allora perché la scelta della formula cartone? Per alleggerire le scene più drammatiche?
PM: Hai ragione, mi piaceva alleggerire la situazione di disagio familiare in cui era costretta a vivere la bambina, volevo che la visione della bambina fosse alleviata dai colori. I cartoni animati hanno il potere di attenuare il disagio infantile.

PB: Una sorta di visione poetica permea ogni scena dei tuoi film, anche quando i temi sono tutt’altro che lievi; è un distintivo della tua sensibilità o la poesia è una scelta di fondo che caratterizza il tuo lavoro?
PM: Non si tratta di una scelta, faccio quello che è connaturato alla mia personalità. Sono il meno adatto a parlare del mio stile, seguo l’istinto nel mio lavoro, mi fido molto dell’istinto. A volte si possono prendere veri e propri abbagli, ma se divento un calcolatore non sono a mio agio, anche se il calcolo a volte può essere il segreto del successo.

PB: C’è un difficile lavoro di ricostruzione del passato attraverso i flashback in questo film, un intento delle sceneggiatore?
PM: Assolutamente sì, il giovane scrittore e sceneggiatore Marco Porru (che è in libreria con un romanzo fantastico e pluri-apprezzato dalla stampa nazionale L’eredità dei corpi edito da Nutrimenti) ha impostato la sceneggiatura così, una sorta di incastro a scatole cinesi. Mi è piaciuto questo suo modo di raccontare, la sua originalità, questa scelta di non linearità a cui si è affidato.

PB: Le tematiche omosessuali sono presenti in molti dei tuoi lavori, quale messaggio intendi trasmettere in merito a questa diversità? C’è qualche grande regista del cinema internazionale a cui ti ispiri?
PM: Mi piace sempre inserire queste note sull’omosessualità perché arricchiscono le mie storie. Esplorare la voglia di paternità di un gay e, nello stesso tempo, il disagio di uno come lui, anche riguardo al giudizio che ne dà la Chiesa nel film I bambini della sua vita è stato molto importante anche per me. InDimmi che destino avrò, il personaggio è secondario, cerco però di mettere in risalto che anche se il commissario in qualche modo accetta l’omosessualità di suo figlio, gli manca l’apertura per accettare e confrontarsi sulla diversità culturale dei Rom, almeno inizialmente.

PB: Mi racconti come mai hai scelto la strada del cinema? Qualcuno della famiglia o degli amici ti ha influenzato o è una passione tua personale?
PM: Mio padre è un commerciante, mia madre è sempre al suo fianco, non ho esempi familiari nel mondo del cinema. È una mia passione, nata fin da piccolo, fin dai tempi in cui frequentavo la cineteca sarda a Cagliari. È stata una scelta di vita, quella di dedicarmi interamente a questo lavoro. Lo faccio con infinita passione, non parlo solo di cinema, ma di documentari, spot pubblicitari e tanto altro.

PB: Su quale film stai lavorando in questo momento? Ho saputo che a Cannes diversi produttori sono interessati al tuo lavoro, hai delle novità in merito?
PM: Dimmi che destino avrò ha partecipato al Marchè di Cannes 2013 grazie a Cosimo Santoro e la sua The Open Reel. Il film ha interessato molti distributori esteri e soprattutto festival. In Italia il film è distribuito dalla Pablo di Arcopinto (è uscito al cinema lo scorso 29 novembre, dopo la presentazione ufficiale al Torino International Film Festival) e ha fatto un ottimo lavoro di divulgazione, se si pensa che quasi 35mila persone tra sala e web (l’uscita natalizia con Repubblica.it) hanno visto l’opera. Ora sto lavorando a un documentario sulla grande attrice Piera degli Esposti, poi ho un’infinità di altri progetti, però per scaramanzia preferisco non parlarne. Nel mondo del cinema non c’è mai nulla di certo, il motore di tutto sono i contributi legati ai produttori e non so ancora quale o quali di questi progetti andranno effettivamente a buon fine.

PB: Cosa ti aspetti dal futuro e che cosa desideri più di ogni altra cosa nel tuo lavoro e - perché no - anche nella vita?
PM: Mi aspetto di riuscire ancora a lavorare in questo settore. Sono tempi difficili, in cui c’è un passaggio epocale importante. Le nuove tecnologie rendono ogni cosa semplice e a portata di mano compresi i film da scaricare con facilità dal web. C’è difficoltà a distribuire i film, molta difficoltà ad avere visibilità, inoltre, oltre agli scompensi creati dai facili prodotti gratuiti, l’offerta è veramente tanta e occorre farsi largo tra la folla dei film. Mi auguro che prima o poi ci sia una compensazione tra il fare e il far vedere l’opera, me lo auguro per me e per tutti i professionisti seri che fanno il mio stesso lavoro.

PB: Sei emigrato dalla tua isola: necessità o volontà? Hai qualche nostalgia o rimpianto?
PM: Fin da piccolo ho sempre amato viaggiare e ora devo dire che è molto facile andare e tornare. Io amo girare l’Italia e anche il mondo quando mi sposto per i vari festival. Mi piace questo movimento e con il lavoro da regista, che è lontano dai vincoli impiegatizi, ho la libertà di volare.
PB: Se a 35 anni hai già lavorato con nomi come Piera degli Esposti, Paolo Bonacelli, Nino Frassica, con gli scenografi Desideri, Marco Onorato e tanti altri, cosa farai da grande? Posso definirti una delle giovani promesse del cinema italiano o la crisi ha talmente investito il nostro Paese che sarai ancora costretto a emigrare oltre il Bel Paese?

PM: Ti ringrazio, ma io nutro diffidenza quando si dice che sono giovane. Negli altri paesi a 25-30 anni si è già diventati dei professionisti, mentre qui sembra che cominci ora ad affacciarti nel mondo del cinema. Io sono uno che si muove molto, perché ho scelto di fare solo questo lavoro, faccio tanto e trovo stimolante conoscere sempre gente nuova. Mi piacerebbe immensamente anche andare a girare all’estero, sono assolutamente aperto, non ho limiti e non sento che andare oltre l’Italia sia una costrizione. Sono un cittadino del mondo, non capisco, piuttosto, quelli che stanno fermi. In un certo senso li ammiro, io mi sentirei prigioniero. Voglio vivere intensamente e fare tutti i viaggi che mi sarà possibile fare in questo meraviglioso e misterioso viaggio che ci offre la vita.

Ringraziamo il simpatico Peter per la sua disponibilità e speriamo che questa sua apertura verso il mondo lo conduca a Itaca solo dopo aver esplorato tante altre interessanti isole…
Pubblicato: Venerdì, 7 Giugno 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

Dimmi che destino avròDimmi che destino avròDimmi che destino avrò
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venerdì 26 luglio 2013

Un bacio nel cuore alle Terme di Caracalla - regia Michele Placido

http://www.operaroma.it/ita/caracalla-un-bacio-sul-cuore.php

FESTIVAL CARACALLA

UN BACIO SUL CUORE

Terme di Caracalla

Drammaturgia di Michele Placido e Giulia Calenda
Regia
Michele Placido

Prima nazionale
Nuovo allestimento
in coproduzione con Charlot s.r.l
Data Evento

Sabato, 10 Agosto, ore 21.00
Regia
Michele Placido


  con
 Michele Placido                
 Isabella Ferrari  
 
  e con
  Luli Bitri
  Erica D'Ambrosio


Prova costumi

martedì 4 giugno 2013

Insegnare agli studenti

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/13_giugno_4/eccellenze-liceo-newton-2221479726022.shtml

Liceo Newton, studenti 
eccellenti «fuori orario»
Martedì 4 giugno al cinema Royal, in via Emanuele Filiberto, i ragazzi hanno celebrato la «Giornata dell’orgoglio»SCUOLA

Liceo Newton, studenti 
eccellenti «fuori orario»

Martedì 4 giugno al cinema Royal, in via Emanuele Filiberto, i ragazzi hanno celebrato la «Giornata dell’orgoglio»

ROMA - Newton Pride, per quelli che nella scuola ci credono. Prendi, per esempio, i ragazzi del liceo scientifico Isaac Newton, in via Manzoni, 47, quarantatrè anni di vita e una serie infinita di belle notizie da festeggiare. I ragazzi hanno deciso di darsi appuntamento per tutta la mattinata di martedì 4 giugno al cinema Royal, in via Emanuele Filiberto, per celebrare la «Giornata dell’orgoglio». Orgogliosi di che? Ma di essersi distinti nelle attività extracurricurali. Un tempo significava impegnarsi in qualcosa non strettamente scolastico, oggi è vivere il presente (spesso precario) immaginando un futuro migliore. Magari cantando. 

L’INNO DI NEWTON - Come per il coro di trentadue elementi tra allievi, studenti di ieri e professori. Sono stati loro il 9 maggio scorso a intonare l’Inno di Mameli al Senato in occasione della giornata dedicata alle vittime del terrorismo. E saranno sempre loro, in prima fila a Castelporziano, residenza estiva del presidente della Repubblica, a cantare il prossimo 6 giugno. Ma trattandosi di un liceo scientifico, non potevano mancare i cimenti matematici, con tanto di relazione. E’ accaduto lo scorso febbraio, quando una delegazione della Mathesis, la società italiana di Scienze matematiche e fisiche, ha bussato in via Manzoni ed è rimasta impressionata dalla conferenza su «Il numero di Nepero» degli alunni della classe quinta F. 

UNO SPOT PER LA SCUOLA ITALIANA - «Diamo gli attestati di merito ai ragazzi non per dirci quanto siamo belli e bravi, ma per fare un’ottima pubblicità alla scuola italiana», ricorda Ivana Uras, dirigente scolastico del Newton. Un assist perfetto per il mondo della scuola, lanciato in sordina. Già, ma poi come fai a resistere, presentando le cose fatte nel corso dell’anno scolastico, e non dire che «i nostri studenti si sono qualificati alle semifinali di Cesenatico dei giochi di matematica», o di quelli «che hanno partecipato al concorso I giovani e le scienze, indetto dall’Unione Europea, con un progetto premiato tra i primi dieci e selezionato per rappresentare l’Italia all’European Expo Science di Tula». 

PICCOLI LARRY PAGE CRESCONO – Stesso discorso per le attività svolte all’interno del Museo Energia. Per questo, l’istituto sarà insignito di una medaglia dalla Presidenza del Senato della Repubblica. Per fortuna ci hanno pensato, nel corso della mattinata al cinema Royal, il teatro, con la pièce di Luca Martella, «Viaggi dell’amore dai tempi di Shakespeare a ieri», e la musica dei Punky Doodles! a riportare il pensiero sulle emozioni più che sulle bacheche. A proposito di emozioni, le lezioni sulla mafia e il progetto «Nonni su Internet» ci ricordano quanto la scuola possa offrire alla società, soprattutto nell’era di Larry Page e Sergey Brin, i fondatori di Google. Che al liceo Newton troverebbero i loro due gemelli, appena sedicenni e relatori alla conferenza internazionale a Varsavia sul software GeoGebra
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lunedì 20 maggio 2013

Il nuovo film del Regista sardo Peter Marcias sarà proiettato oggi alle 20,30 - metro Barberini


il film Dimmi che destino avrò, ambientato a Cagliari, dell'oristanese Peter Marcias sarà presentato a Roma, lunedì 20 maggio alle ore 20.30 ( alle ore 20.00 aperitivo) all'Università EUCAMPUS, in via del Tritone, 169.

Ingresso libero , fino a esaurimento posti.


mercoledì 10 aprile 2013

L’incontro-seminario, promosso dalla Dirigenza dell’Istituto nell’ambito dei programmi educativi e culturali della scuola, avrà luogo presso l'Aula Magna del Liceo Scientifico Statale Isacco Newton, in Viale Alessandro Manzoni 47, venerdi' 12 aprile, dalle ore 11,30 alle 13,30 ca. I protagonisti: Osvaldo Desideri e sua moglie Ewa, anche lei scenografa. Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Venerdì 12 aprile: i ragazzi del Liceo Newton incontrano Osvaldo e Ewa Desideri

Osvaldo Desideri, il Maestro scenografo premio Oscar come miglior scenografia per il film “L’ ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci”, sarà ospite del Liceo Scientifico Newton il 12 aprile prossimo per un incontro - seminario con gli studenti.
Un incontro che offrirà agli studenti del Newton l’opportunità di comprendere la complessità e il fascino della professione dello scenografo, e la possibilità di conoscere personalmente una delle Eccellenze Italiane del settore della cinematografia.
L’iniziativa é promossa dalla Dirigenza dell’Istituto nell’ambito dei programmi educativi e culturali della scuola e che sono particolarmente attenti a proporre agli studenti gli esempi di eccellenza nei diversi settori della cultura, ascoltandoli dalla viva voce dei loro protagonisti.
L’incontro – seminario  avrà luogo presso la Aula Magna  del Liceo Scientifico Statale Isacco Newton, in Viale Alessandro Manzoni 47, dalle ore 11,30 alle 13,30 ca. I protagonisti: Osvaldo Desideri e sua moglie Ewa, anche lei scenografa.

domenica 7 aprile 2013

Intervista di Wall Street International Magazine a Ewa e Osvaldo Desideri, Premio Oscar per L'Ultimo Imperatore di Bertolucci




WSI
Domenica, 7 Aprile 2013

REPORT - Italy, Cultura

Ewa e Osvaldo, la Fabbrica dei Desideri

Una cornice fuori dalla realtà...

Ewa e Osvaldo, la Fabbrica dei Desideri
Pensate a un quadro, alla cornice di un bel dipinto, ai ghirigori intagliati nel legno che circondano una magnifica pittura: senza quel contorno la tela non avrebbe senso di esistere. Allo stesso modo la scenografia è, per un film, la corona necessaria senza la quale il dipinto non avrebbe valore, talvolta è parte del riquadro stesso. E non pensiate che sia facile dare una cornice a un film, è un lavoro smisurato: ci vogliono le idee, il progetto e la capacità di dirigere le risorse a disposizione o addirittura di inventarsele. Per comprendere meglio il lavoro dello scenografo abbiamo intervistato Ewa e Osvaldo Desideri, Premio Oscar come migliore Scenografia per il film L'ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci.

Sono stata accolta nella loro dimora di Albano, una casa ordinata e risplendente, con le pareti piene della memoria di una vita dedicata al cinema, una scenografia nella scenografia. Accompagnata dal regista Michele Labozzetta che ha ripreso le scene e ci ha gentilmente fornito le fotografie dell’intervista.

Mi sono rivolta prima a Ewa.
PB: Ewa, penso sempre che dietro a un grande uomo ci sia una grande donna che lo sostiene, anche se poi Osvaldo era già famoso quando tu lo hai incontrato. Mi racconti come lo hai conosciuto? Come è nata la vostra collaborazione professionale? E la decisione di condividere la vita?
ED: Molti sono convinti che io abbia conosciuto Osvaldo sul set, invece, io al cinema sono capitata per puro caso d’amore. È successo tanti anni fa: ero venuta in Italia per una vacanza. Me lo hanno presentato gli amici durante una gita al lago di Castel Gandolfo. Quel giorno indossavo una maglia nera, un pantalone nero e delle scarpe scure stringate da uomo. Osvaldo era vestito pressoché allo stesso modo… “Sei un architetto?”, mi ha chiesto. Poi abbiamo camminato nel bosco facendo il giro del lago e lui ha colto per me un piccolo ciclamino selvatico…

PB: Sedotta con un fiore? E poi come ti ha convinta a restare?
ED: Non c’è voluto molto, ho capito in un secondo che volevo passare con lui il resto della vita. Il tempo di raccogliere le mie cose e mi sono lasciata dietro la Polonia, il lavoro d’architetto, i legami familiari e quant’altro. Sono ormai vent’anni che seguo Osvaldo in giro per il mondo. Ho vissuto esperienze intense e in poco tempo ho appreso i segreti del mestiere…

PB: Come riuscite a collaborate sul set, cioè come vi dividete i compiti? Chi fa una cosa e chi l’altra?
ED: Noi due siamo complementari, lui è spontaneo e immediato, io sono decisamente analitica. Lui risolve la scena con due o tre lampi di genio, due o tre cose di grande effetto, io invece parto dal presupposto che la materia, l’intensità di colore si veda anche nei piccoli dettagli, perché si nota se qualcosa è stata risolta velocemente e senza precisione. Spesso è lui che legge il copione per primo, poi me lo racconta. Io all’inizio mi accontento del suo racconto, perché sono ansiosa di occuparmi subito della progettazione, sono una formichina, analizzo tutto in ogni dettaglio. Osvaldo è più saggio di me, all’inizio mi suggerisce di incentrare l’attenzione sulla storia e mi fa comprendere i punti salienti su cui concentrarmi, è più intuitivo di me, mi guida. I nostri set, tutto sommato, possiedono una certa poesia. Non sono stracolmi di oggetti, spero che abbiamo un’atmosfera “metafisica”…

PB: Osvaldo, in cosa consiste il vostro lavoro? Mi racconti come si fa una scenografia?
OD: All’inizio è importante leggere il copione, quindi fare un sopralluogo con la troupe che deve girare il film. Se si entra in un buon contatto empatico con il regista, questo favorisce un giusto stimolo alla creazione delle idee. È necessario studiare bene l’ambientazione del film, cercare di fissare concretamente lo spazio-tempo in cui nasce la scena, spesso attraverso un’approfondita ricerca storica. Si deve fare poi un’attenta selezione dei materiali da costruzione e quando tutti i materiali sono approvvigionati si può stimare il tempo necessario per dare la scenografia ultimata attraverso attente valutazioni progettuali e di budget…

PB: Oddio che parola terribile, e chi si occupa di queste valutazioni?
OD: Questo è il difficile e delicato compito di Ewa, che si preoccupa di ogni particolare costruttivo. E c’è da dire che spesso i suoi disegni sono pitture, vere e proprie rappresentazioni del mondo che si andrà a creare. Mi sono così innamorato di certi suoi quadri che ho voluto trovare ad essi un posto nella nostra casa. Quelle immagini spesso mi fanno pensare a un determinato film o a un certo momento della costruzione della scena, o forse a un pensiero o a una chiacchierata con il regista.

PB: Sono disegni straordinari, mi piace questo delle capanne africane e questa prospettiva come di un trono. È raro incontrare oggi degli architetti capaci di fare ancora delle opere interamente a mano libera, con tutte le ombreggiature e gli arricchimenti decorativi del caso. In genere si fa tutto al computer…
OD: Quando siamo arrivati a questa fase Ewa si chiude nello studio a disegnare, dall’alba al tramonto, nessuno la distoglie dal suo lavoro. Ci mette tutta la sua passione, la sua creatività e la sua competenza professionale. Ogni tanto ci confrontiamo, ma lei va avanti senza sosta, talvolta le porto una tisana o un caffè perché lei è capace di stare ore senza muoversi dal suo tavolo da disegno. Quando ha finito il progetto in ogni particolare, si passa alla fase di costruzione della scena di cui in genere ci interessiamo insieme per realizzare le scene nel modo migliore possibile. Spesso abbiamo dovuto costruire intere città, è un grande impegno, ma, ottenuto il consenso della regia, del produttore e del direttore della fotografia, ti devo dire che proviamo una soddisfazione immensa. A quel punto ci dedichiamo alla prossima scena!

PB: Ewa, qual è stato il tuo primo film?
ED: La serie televisiva con Bud Spencer girata in Costa Rica, dove abbiamo costruito un intero villaggio, con case, chiese e barche di navigazione. Abbiamo fatto tante e tante scenografie, ma tutto sommato è stato un inizio facile.

PB: Qual è stata invece, l’esperienza cinematografica che ti è piaciuta di più? E perché?
ED: La mia più grande avventura nel cinema italiano è stato il film realizzato con Pasquale Scimeca, Gli indesiderabili, nel 2003. Si trattava di un film che narrava le faccende di piccoli operai della mafia, ambientato negli Stati Uniti negli anni ‘40-‘50. Abbiamo fatto il film con le poche risorse a disposizione, ma è stata un’esperienza importante, Scimeca è un regista fantastico, possiede una grande dote umana. C’è della poesia in quello che fa e poi mi piace la sua determinazione, lui sa sempre cosa vuole ottenere...

PB: Leggendo il tuo curriculum, Osvaldo, vengono i brividi, hai lavorato con i più grandi registi italiani da Pasolini a Rossellini, da Bertolucci a Visconti, da Zeffirelli a Sergio Leone e poi Scola, Monicelli, Tornatore, Vanzina, Comencini, Benigni, i Fratelli Taviani, ecc. Qual è stato il film che ti ha dato più soddisfazione dal punto di vista del rapporto umano con il regista? Con quale regista non sei, invece, riuscito a trovare delle affinità elettive?
OD: Sono più di cinquant’anni che faccio questo lavoro, ho girato un centinaio di film, ho avuto la fortuna di incontrare le menti più eccellenti e raffinate del panorama del cinema italiano e non vorrei privilegiare una qualità piuttosto che un’altra di uomini di grande intelligenza e spessore, per cui citerò soltanto alcuni fatti che mi sono capitati. Il mio regista preferito è Billy Wilder, con lui ho avuto un buon rapporto, quasi un’amicizia, non so perché è nato questo, forse, come dici tu, avevamo in comune delle affinità elettive. Mi ricordo che adorava la cucina italiana e spesso pranzavamo insieme. Una volta non volevo seguirlo perché ero impegnato a finire un ambiente, uno di quei momenti in cui non riesci a staccarti dalla creazione e lui, nonostante fosse un grande perfezionista, mi disse: “Vieni Osi, non importa se la porta non si chiude, meglio una porta che non si chiude piuttosto che perdere un amico…".

PB: Wilder era un grande uomo anche dal punto di vista umano, ma tu hai avuto a che fare con tanti grandi registi. Quest’anno si festeggia Fellinianno 2013, parte la stagione che ricorda il Maestro, come ti sei trovato con lui?
OD: Purtroppo non sempre le cose vanno lisce, il mio rapporto con Fellini è stato difficile, non so perché non c’era sintonia, e non credo fosse colpa di nessuno, semplicemente due caratteri possono non essere affini. Mi è capitata la stessa cosa anche con Antonioni, quando feci Professione reporter. Ho avuto due mesi terribili, non riuscivamo a capirci, poi magicamente tutto questo si è sbloccato, non so perché è successo, ma da quando abbiamo iniziato a comunicare il film è stato tranquillo fino alla fine.

PB: Meraviglioso! Tutto è bene quel che finisce bene… Come è andata invece con Visconti?
OD: Luchino Visconti è un regista veramente eccezionale. Con lui mi sono trovato benissimo, perché sapevi sempre quel che dovevi fare. Quando abbiamo girato Morte a Venezia, una volta stabilito il periodo storico, sapevi quel che dovevi fare, ti preparavi per quello. Analizzavi tutto quel che poteva accadere ed era accaduto in quel periodo e dopo questa analisi, ti trovavi in perfetto accordo con l’Autore.

PB: Ewa, vuoi raccontarci qualche fatto accaduto con lui, di quelli che sono piaciuti a Osvaldo?
ED: Sì, mi è venuto in mente un ricordo carino. Sai, Visconti era un perfezionista, amava occuparsi di ogni dettaglio. Era così attento a tutto che faceva mettere anche il profumo nei cassetti. E adorava i fiori freschi, tutti sapevano che detestava i fiori finti. Una volta Osvaldo creò un ambiente e ci mise dei piccoli fiorellini finti. Tutta la troupe era preoccupata per l’arrivo di Visconti, si aspettava una vera e propria sfuriata, invece il regista non disse nulla, anzi quando si rese conto che tutti erano increduli perché lui aveva comunque apprezzato il lavoro, disse: “I fiori sono finti, non crediate che non l’abbia visto, ma quando una cosa è bella, è bella e basta…
PB: È una bella soddisfazione Osvaldo che Visconti abbia apprezzato… lui che era così attento. Ti è capitato invece che qualcuno ti lasciasse fare, senza interferire con il tuo lavoro?
OD: Sì, mi è capitato con Pier Paolo Pasolini, lui era il contrario, nel campo della scenografia e arredamento, chiedeva pochissimo. Ricordo, preparando Salò, gli presentavo le mie proposte e lui diceva: “Osvaldo, io me ne intendo pochissimo, non mi occupo di arredamento, sei tu l’esperto, mi fido di te". E così siamo andati avanti, incentrando il lavoro sulla fiducia, un rapporto molto piacevole. Poi Pasolini era una persona splendida, non ho mai conosciuto un altro regista che rispettasse la troupe più di lui. Era così umile, gentile e semplice che veniva a lavorare sul set con la tuta da metalmeccanico. Era incredibile, si doveva girare alle 8,30? Lui arrivava alle 8 del mattino, indossava la sua tuta da lavoro e iniziava a girare puntualissimo. E non allungava mai le riprese, all’ora stabilita finiva, con un rispetto assoluto per tutti i lavoratori del cinema. All’ora di pranzo non voleva privilegi, faceva la fila come l’ultima comparsa, non scavalcava nessuno e trattava con il massimo rispetto chiunque, era una persona veramente rara…

PB: Tu, Osvaldo, hai lavorato con Ferdinando Scarfiotti, com’era?
OD: Con lui ho realizzato L’Ultimo Imperatore, un film fortunato, siamo riusciti a vincere l’Oscar per la Scenografia e per l’arredamento, io l’ho vinto per l’arredamento. Se lui si metteva in testa una cosa, era quella. Ricordo le sue parole: “Quando tutto il materiale sarà portato a Pechino, io avrò bisogno di dodici settimane di preparazione”. E così è stato. Sono proprio soddisfatto di quello che il cinema mi ha regalato come esperienza di vita e delle persone che mi hanno aiutato a crescere, lui è uno di questi…

PB: Cosa significa Osvaldo vincere un Oscar?
OD: L'Oscar alla migliore scenografia viene assegnato agli scenografi votati come migliori dall'Academy of Motion Picture Arts and Sciences, cioè l'ente che assegna gli Academy Awards, i celebri premi conosciuti in Italia come premi Oscar. È il riconoscimento più importante nel campo del cinema, soprattutto perché è assegnato a tutte le categorie professionali e ti rende in qualche modo immortale…

PB: Finora abbiamo parlato di registi, ma di certo nell’esecuzione delle scenografie, nell’adattamento al cast prescelto ti sarà capitata qualche interessante esperienza con attori famosi. Raccontaci qualche episodio.
OD: Sono due mondi differenti, in genere lavoriamo in tempi diversi, non ho molte cose da raccontare. Posso dirti che mi è capitato di lavorare con Francesca Neri, nel film Per sempre. Quando una come lei viene vestita da Armani, l’intera scenografia dell’appartamento in cui è ambientata la scena deve essere adattata a lei. Noi siamo convinti, Ewa e io, che abbiamo concepito lo spazio ideale, moderno, con una struttura simile al gusto di Armani. Abbiamo creato un interno all’insegna della semplicità, della raffinatezza e del buon gusto. Il film si svolge quasi interamente con due protagonisti e la scelta è stata quella di creare quasi uno spazio teatrale.

PB: Quali sono i film che prediligi Ewa? Che tipo di scenografia ti piace vedere? O quale ti piace creare?
ED: Veramente io adoro i film di contenuto, dove la scenografia è assolutamente secondaria. Ho sempre amato i film dove il racconto, la storia sono predominanti sugli effetti speciali e visivi. Le esperienze lavorative più belle sono invece le opportunità di costruire le scenografie in luoghi straordinari. Abbiamo avuto la fortuna di farlo nei Caraibi, in Marocco, nello Zimbabwe, in South Africa… Non è che noi creiamo solo lo sfondo per far muovere le figure degli attori, ma creiamo la tenda da circo dove si svolge lo spettacolo. Questo è bello perché la tenda raccoglie anche noi gente del cinema, la troupe. Non sono mai frustrata quando nella scena non si vede tutto quello che abbiamo creato, perché quello che è stato creato è anche la nostra vita, quella cornice fuori dalla realtà che ci accompagna sempre.

PB: Quest’immagine mi affascina, perché Osvaldo non mi racconti qualcosa dell’esperienza con Sergio Leone, del film C’era una volta in America? Sei entrato in contatto con De Niro?
OD: Forse ti potrà interessare che in quel film la sua tenda da circo, come dice Ewa, è stata costruita in un campo di grano sulla Tiburtina a Roma, a New York sono stati girati solo i controcampi, con il ponte di Brooklyn… Di De Niro, posso raccontarti una curiosità. Mi ha chiesto di costruire nel suo appartamento la replica, il frammento, dell’ambiente “la fumeria d’oppio”. Da vero perfezionista esercitava la parte anche fuori dal teatro di posa…

PB: Ewa, Osvaldo ti ha mai raccontato qualcosa di simpatico su qualche stella del cinema?
ED: Tante cose, non tutte possono essere ripetute… È divertente una scena che successe con Liz Taylor, al Teatro di Catania, mentre si facevano le prove per Il giovane Toscanini di Zeffirelli. Alla diva è caduto l’anello, regalo di Richard Burton… e tutta la troupe si è dovuta impegnare… alla ricerca del diamante perduto…

PB: In quale momento, Osvaldo, il regista sceglie lo scenografo?
OD: Te lo dico con la risposta che diede a Giancarlo Giannini un grosso produttore americano: “Il nostro segreto è che, prima di scegliere gli attori, scegliamo lo scenografo, il direttore della fotografia, il costumista, poi il regista, poi gli attori”. È importante infatti quello che sta dietro, lo spazio in cui l’attore si muove.
PB: Questi meravigliosi e coloratissimi disegni che vedo sul tuo tavolo, Ewa, riguardano il vostro prossimo film? Dove è ambientato? Chi è il regista?
ED: Sì, sto iniziando a lavorare per il prossimo copione... Si tratta di un film ambientato nello Yemen, da girare in Marocco, per ora non posso dire altro, il resto è ancora top secret…

PB: Cosa ti piace del cinema, Osvaldo?
OD: Amo l’assoluta libertà che c’è in questo lavoro, il fatto che posso viaggiare ed entrare in contatto con altre culture...

PB: Quali Desideri avete per il futuro Ewa, nel cinema e nella vita?
ED: Io vorrei lavorare nel cinema internazionale, mentre Osvaldo ha fatto tante di quelle esperienze che la maggior parte dei Desideri l’ha già esaudita e affronta ogni nuova esperienza con grande serenità. Nella vita, incontrare Osvaldo è stato già un bel sogno…

PB: Un’ultima domanda Osvaldo: cosa pensi del cinema attuale?
OD: Inutile fare confronti, perché poi dicono che sei pessimista…
Pubblicato: Domenica, 7 Aprile 2013
Autore: Patrizia Boi

Ewa e Osvaldo, la Fabbrica dei DesideriEwa e Osvaldo, la Fabbrica dei DesideriEwa e Osvaldo, la Fabbrica dei Desideri
Ewa e Osvaldo, la Fabbrica dei DesideriEwa e Osvaldo, la Fabbrica dei DesideriEwa e Osvaldo, la Fabbrica dei Desideri

giovedì 4 aprile 2013

Il 12 aprile alle 11,30 al Liceo Newton incontro con gli Scenografi Ewa e Osvaldo Desideri



Giovedì 4 aprile 2013, ore 19:35:58
Pasqua di Resurrezione - Ariete
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La Scenografia: la Fabbrica dei Desideri
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4 aprile 2013
La Scenografia: la Fabbrica dei Desideri
"Una tenda da circo che accoglie la troupe cinematografica", questa è l'immagine romantica con cui Ewa, la moglie di Osvaldo Desideri, Premio Oscar come migliore Scenografia nel film L'ultimo imperatore (1987) di Bernardo Bertolucci, definisce la Scenografia in un film. Un enorme tendone circense che accoglie gli artisti ma anche i creatori della Scena, gli stessi Scenografi che hanno dato cornice al film costruendo il luogo dove far muovere gli attori. Per pensare questo spazio è necessaria un'attenta lettura del copione, una minuziosa ricerca storica, un certo numero d'idee di grido, un dettagliato progetto e l'abilità di utilizzare le risorse a disposizione o di inventarsele.
Allo scopo di comprendere meglio la professione degli scenografi, il Liceo Scientifico statale Isacco Newton di Roma, ha organizzato il giorno 12 aprile alle ore 11,30 in viale manzoni 47, l'incontro “La Scenografia: la Fabbrica dei Desideri", in cui Ewa e Osvaldo Desideri, spiegheranno al pubblico degli studenti come nasce una Scenografia e quali sono i passaggi indispensabili per la costruzione delle scene.
La loro collaborazione è ormai vecchia di vent'anni, un tempo lungo quanto la loro vita in comune. Un incontro del tutto casuale, che niente aveva a che fare con il mondo cinematografico, ha determinato l'associazione di due personalità eccezionali e assolutamente complementari, lui spontaneo e immediato, lei decisamente analitica. Osvaldo è quello che risolve la scena con poche trovate di grande effetto, Ewa è la formichina che si occupa del progetto in ogni dettaglio. Se vedete i suoi disegni sono già dei capolavori, lei rende possibili le idee di Osvaldo che è più incentrato sulla individuazione degli elementi salienti su cui impostare tutto lo studio a valle della lettura del copione. Le loro trovate hanno, devo dire, un non so che di poetico, riescono a dare ai film un'atmosfera quasi “metafisica".
Si tratta di un lavoro ingegneristico a tutti gli effetti, con tanto di individuazione dei costi, con l'effettuazione di una progettazione dettagliata, con la necessità di approvazione da parte della regia, del produttore e del direttore della fotografia, e con l'onere di costruzione che spetta a ogni appaltatore, insomma un impegno immenso che coinvolge intensamente e produce anche in chi lo ha creato una soddisfazione incommensurabile.
Osvaldo Desideri lavora in questo campo da circa cinquant'anni e si è occupato di circa un centinaio di film entrando in contatto con i più grandi registi italiani da Pasolini a Rossellini, da Bertolucci a Visconti, da Zeffirelli a Sergio Leone e poi Scola, Monicelli, Tornatore, Vanzina, Comencini, Benigni, i Fratelli Taviani, ecc. 
Ha avuto ottimi rapporti con registi come Billy Wilder, Visconti e Pasolini con i quali è riuscito a condividere le scelte in maniera serena e collaborativa: ama, infatti, ricordare la sua amicizia con Wilder, la chiarezza d'idee di Visconti, la fiducia accordatagli da Pasolini e l'importanza di questi elementi per la buona riuscita del lavoro, così come le difficoltà patite con registi come Antonioni e Fellini prima di riuscire realmente a comprendersi. 
Durante l'incontro il Premio Oscar parlerà delle personalità incrociate nel cinema e dei viaggi nel mondo fatti che gli hanno dato l'opportunità di conoscere altre culture e aprire la mente ad altre realtà sociali.
Nell'ambito di un progetto più vasto, i Desideri aiuteranno gli allievi del laboratorio Teatrale tenuto al Newton dall'attore e regista Luca Martella – ricordiamo che si occupano anche della scenografia nei suoi spettacoli in Omaggio a Giorgio Gaber - a costruire le scene per lo spettacolo finale.
L'attore Luca Martella leggerà, inoltre, nel corso dell'incontro, un'interessante intervista rilasciata da Ewa e Osvaldo a Wall Street International Magazine.
L'Oscar è il riconoscimento più importante nel campo del cinema, soprattutto perché è assegnato a tutte le categorie professionali e sarà interessante sentirne parlare proprio da colui che il Premio ha reso, in qualche modo, immortale...
Patrizia Boi

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