giovedì 7 novembre 2013

Il copione secondo l'attore Luca Martella: Teatro e vita a confronto, connessioni con la Psicanalisi

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WSI
Giovedì, 7 Novembre 2013

REPORT - Italy, Cultura

Il copione secondo Luca Martella

Una stretta analogia tra realtà e rappresentazione.

Il copione secondo Luca Martella
Photo by Giambalvo & Napolitano
Se ho interpretato bene la mia parte, battete tutti le mani e, dal palcoscenico, licenziatemi con un applauso, recita Augusto prima di morire (Svetonio, Vita dei Cesari II, Augusto, 99).
Quello che declamava Augusto era il copione unico e irripetibile della sua vita, non una sceneggiatura qualunque. Se si pensa, inoltre, che, secondo i toltechi, ognuno vive nel suo personale sogno influenzato dall’ambiente familiare, sociale e dal contesto storico in cui si trova, possiamo immaginare che la vita di ognuno di noi si svolga sul palcoscenico della realtà e la sua sceneggiatura sia interamente scritta nel personale destino di ciascuno. Cosa fa dunque l’artista che crea una sceneggiatura se non dare una sua fantasiosa lettura degli accadimenti? E non è egli fortunato, visto che esplora altre possibilità oltre a quella che gli è consentito di vivere? E l’attore che interpreta il copione non è anch’egli chiamato ad approfondire personalità consce o inconsce attraverso cui mettersi profondamente in gioco? Cerchiamo di comprenderlo meglio attraverso l’intervista all’attore Luca Martella.
Quando ti viene proposta una parte – immagino attraverso un provino – come ti prepari per entrare nei panni del personaggio?
Dopo aver letto la sceneggiatura, cerco di documentarmi sul personaggio: se è vissuto realmente posso attingere a fonti reali che mi aiutano a entrare in contatto empatico con la sua personalità, con le sue manie, con la sua essenza; se, invece, si tratta di un personaggio nato dalla fantasia del suo creatore, sia esso lo sceneggiatore o l’autore dell’idea, devo fare lo sforzo di immaginarmelo, e questo è uno stimolo per me stesso perché mi costringe ad attingere le risorse per interpretarlo dalla mia stessa esperienza personale, dalle mie emozioni, dai miei traumi, dalle mie paure, dalle mie più profonde convinzioni, o dai miei più annosi dubbi…

Come influisce il tuo aspetto fisico per l’assegnazione della parte? Quali cambiamenti sono necessari?
Un tempo la fisiognomica dell’attore era fondamentale per la scelta del personaggio da interpretare. Mi ricordo che mio nonno, e poi mio padre, che possedevano un cinema, mi dicevano sempre che i personaggi dovevano avere “facce”, caratteristiche che raccontavano qualcosa. Oggi conta il fattore bellezza così come espresso dai canoni della pubblicità che spesso porta l’attore ad essere fuori ruolo. Io sono vicino ai canoni del cinema classico, per fare del cinema sono convinto che devi possedere la faccia giusta, per interpretare un ruolo, dovresti essere dotato di quel preciso aspetto, che non sempre converge con un canone di bellezza condiviso, ma che incarna il personaggio da interpretare. Le modifiche che si mettono in atto – farsi crescere la barba, i baffi, cambiare taglio di capelli – fanno parte del gioco…

Una volta che ti hanno assegnato la parte, come interagisci con il copione?La passione per questo mestiere arriva a tal punto che il copione per me diventa una sorta di compagna di vita… Mi spiego meglio: se esco in macchina, il copione deve essere nel sedile accanto a me, se viaggio in treno, lui mi segue dentro lo zainetto che mi porto sempre dietro, se vado a dormire lo metto accanto a me e gli do il bacio della buonanotte… Insomma, una volta che mi viene assegnata una parte, il copione lo devo vedere ovunque, devo aver cioè presente la mia parte in qualunque situazione mi possa capitare, insomma ci vivo in simbiosi, e lei, la sceneggiatura/copione del momento, diventa la mia amante…

Preferisci interpretare un ruolo vicino al tuo modo di essere o una parte dove ricercare dentro di te una personalità più nascosta?
Preferisco senza dubbio interpretare un personaggio che non appartiene alle mie corde, così ho l’occasione di mettermi in discussione, di esplorare qualcosa di nuovo… se interpreto sempre lo stesso copione, lo conosco bene, lo padroneggio, ma magari non riesco a coglierne tutte le sfumature, proprio come fa una goccia dentro al suo mare… Invece sono molto stimolato dalla ricerca dentro di me di quella personalità che credo mi sia lontana… Mi accorgo paradossalmente, non so per quale perversa ragione, che, andando a scoprire a fondo il personaggio, alla fine lo trovo più vicino, simpaticamente posso scoprire parecchie cose del mio modo di pensare, di agire, insomma quella parte mi consente l’esplorazione, il viaggio verso verità che non erano ancora emerse…

Come influisce sulla tua quotidianità lo studio di un copione?
“Purtroppo o per fortuna” influisce notevolmente. Se devo, per esempio, prepararmi a interpretare un personaggio un po’ violento, allora nella vita di tutti i giorni esaspero certi miei atteggiamenti e forse in quel momento vive più il personaggio che Luca. Per me è un piacere, per chi mi sta vicino può essere meno divertente… Del resto se devo interpretare, invece, un personaggio romantico, posso essere ancora più romantico, quindi, chi vive accanto a me può godere di questa nuova luce… Poi, quando sono alle prese con un nuovo personaggio, mi capita di isolarmi, di voler stare con il personaggio e quindi finisco con il confrontarmi e relazionarmi in quel modo… Può sembrare un assurdo, ma ognuno di noi, in questo lavoro di attore, si porta un po’ fuori dal palcoscenico il personaggio per un periodo più o meno lungo…

Ti è capitato di avere un passato in comune con il personaggio da interpretare?
Alla fine capita più spesso di quanto uno possa immaginare. Mi è capitato di interpretare personaggi con le mie stesse difficoltà esistenziali, con gli stessi conflitti, le stesse fobie, gli stessi dubbi, ma anche con gli stessi interessi. Mi ricordo come, nel film di Eugenio Cappuccio Uno su Due con Fabio Volo, ho dovuto avere a che fare con la stessa malattia. Nel 2004 ero stato operato per un brutto tumore alla tiroide, insomma, una di quelle malattie da cui non sai se esci vivo. È stato un periodo difficile, pieno di paura, ma anche di una grande forza. A un certo punto mi sono imposto di essere un guerriero che decide di combattere col male, ho pensato che dovevo farcela, per me stesso, per i miei figli, per la mia famiglia... Ero appena uscito dalla fase critica della malattia e lo raccontavo con coinvolgimento a un amico durante una cena. A fianco a me c’era Eugenio Cappuccio, io nemmeno lo conoscevo, ma lui mi prese da una parte e volle sapere tutto. Mi ascoltò visibilmente emozionato e dopo pochi giorni mi propose il ruolo dell’istruttore di parapendio. Fabio Volo interpretava la parte del malato e io gli insegnavo la magia del volo non solo in senso fisico, ma anche metafisico. Lo aiutavo a volare verso l’alto, verso l’altro e soprattutto dentro se stesso… è stata davvero un’esperienza straordinaria sia perché ho dovuto riaffrontare, come guida spirituale, il viaggio emotivo verso la guarigione, sia per la passione e amore con cui è stato gestito il set, proprio come me lo ero sempre sognato…

Preferisci interpretare la tua parte in teatro, in televisione o al cinema? Perché?
Preferisco il teatro perché sicuramente mi concede maggiore libertà e preferisco il cinema perché ho la possibilità di rivedermi, cosa che non succede a teatro. Questo è il dramma dell’attore in teatro… Infatti, a teatro, si sprigiona una potente energia dallo scambio con il pubblico… sul palcoscenico la senti e ti ricarica. Tu puoi anche riprendere la scena, non potrai però mai percepire questo scambio e non potrai mai immortalare l’emozione che vive l’attore in quel momento. Poi a teatro c’è un livello di attenzione che sicuramente è superiore. Riesco ad entrare maggiormente in ascolto con me stesso, c’è un silenzio emozionante, anche se poi non posso rivedermi. Credo che però ogni attore, così come capita a me, riesca anche a vedersi dal di fuori, attraverso lo sdoppiamento che è in grado di attuare sul palcoscenico… io divento la guida di me stesso, c’è un altro me che mi guarda dal di fuori e mi suggerisce lo spettacolo, come in uno specchio… Comunque anche il cinema mi piace molto e la macchina da presa ha il suo fascino…

Quale esperienza televisiva ti ha segnato maggiormente?
Sicuramente il personaggio che mi è rimasto più dentro e che mi ha dato più notorietà è stato quello del gangster irlandese che interpretai nel 2005 nella fiction Orgoglio. Intanto era una fiction in costume ambientata a fine ottocento e il costume già parla per te… in secondo luogo, chi è che non ha mai sognato di fare il cattivo? Di ammazzare qualcuno? Del resto è nell’immaginario collettivo… tant’è che la Fiction ha avuto un indice di ascolto con punte fino a 14 milioni di telespettatori. Siccome il pubblico si immedesima nel personaggio e nella storia, mi è capitato che la gente per strada mi fermasse e mi scambiasse realmente per quel gangster. Qualcuno mi diceva delle parolacce, a volte mi offendevano perché erano arrabbiati per il massacro che avevo fatto sullo schermo, non comprendendo più il limite tra la realtà e la finzione... Ma del resto tutti i grandi attori – Al Pacino, De Niro, e il nostro Remo Girone, ecc. – sono passati almeno una volta per il ruolo del cattivo…

Quale film ti ha mostrato una faccia inaspettata di te stesso? È stato per via del copione? Per le persone che hai incontrato? O per il luogo dove è stata girata la pellicola?
Sono un po’ innamorato di tutti personaggi che ho interpreto con la stessa professionalità e passione, perché in ogni personaggio ho trovato o scoperto qualcosa che mi apparteneva, certi lati del mio carattere, certi miei comportamenti… ma, quando mi sono trovato a recitare con dei grandi attori, quell’esperienza mi ha cambiato. Nel 2003 ho avuto la fortuna di incontrare Nino Manfredi sul set di La notte di Pasquino, di Luigi Magni e lavorare con un mostro sacro come Manfredi mi ha consentito di entrare più facilmente in empatia col mio personaggio e poi è stata una vera scuola, quando vedevo recitare lui, con quella sua gestualità, quella sua mimica… mi si è aperto un mondo e ho amato anche di più il mio personaggio, la mia piccola luce diventava ancora più luminosa avendo davanti il faro Manfredi. Mi sono poi addirittura stupito e impressionato quando, nel 2005 nella fiction Psyco - Delitti per gioco di Davide Mazzoli, ho interpretato la parte di un criminologo insieme a Remo Girone, quel Tano Cariddi deLa Piovra che avevo conosciuto e apprezzato tantissimo quasi trent’anni prima. Trovarmelo davanti in tutto il suo spessore, mi ha consentito di dare il meglio di me stesso. È stato faticoso imparare tutto a memoria, ma facendomi guidare da quella sua faccia che parlava anche senza parlare, la mia interpretazione è stata una delle migliori della mia carriera…
Se io fossi un’attrice mi piacerebbe interpretare il copione a modo mio, vale a dire apportare delle piccole modifiche alle battute imposte dal copione. Ma io non sono un’attrice. A te che sei un attore capita di discostarti un poco dal copione per cucirtelo meglio addosso?
Non è così semplice, difficilmente ti puoi discostare dal copione. Devi imparare quello che gli sceneggiatori hanno scritto per te, per il personaggio. Poi, magari, qualche modifica è concessa sempre dopo aver parlato con il regista, l’ultima parola spetta sempre a lui. Quello che posso dirti è che, ogni volta che interpretiamo un personaggio, affrontiamo un viaggio, raccontiamo una storia e quello che io posso fare è che la storia sia il più possibile emozionante e avvincente. Il racconto diventa mio, perché quelle parole del personaggio, sono parole vuote se io non do un senso mio, ogni attore nella sua testa compie il suo personale viaggio prestando le sue emozioni al personaggio, sarà sempre quella storia, pronuncerai quelle esatte parole, ma riempirai il tuo racconto con le emozioni che troverai dentro di te, con il tuo viaggio, con la tua storia…

Quanto ti impegna la comunicazione non verbale nelle tue interpretazioni?
Direi che è basilare. Io ho studiato al Teatro dè Cocci – ci tengo a dirlo perché da quella scuola sono usciti tanti grandi attori – e una delle prime cose che mi hanno insegnato è che il bravo attore si vede proprio nei piani di ascolto, quando cioè non recita verbalmente, in un dialogo in cui non è lui a parlare, l’altro parla e lui è in fase di ascolto. Non è che posso recepire in maniera passiva le parole del mio collega, in qualche modo devo saperle vivere. Nella seconda puntata di Un caso di coscienza 5, Una promessa mantenuta con Sebastiano Somma trasmessa da poco su Rai1, dove ho interpretato il ruolo di un secondino imputato in un caso di omicidio, ho dovuto vivere tutte le fasi del processo quasi senza parlare mentre ascoltavo tutti i capi d’imputazione o il verdetto di condanna. In questo caso è stata essenziale la mia reazione non verbale. I piani d’ascolto, quindi, sono stati fondamentali. È chiaro che deve essere bravo il regista – in questo caso Luigi Perilli – a saper cogliere questi momenti nello sguardo dell’attore. A differenza del teatro, dove anche il corpo, la gestualità giocano un ruolo fondamentale, davanti alla macchina da presa l’attore dev’essere bravo a raccontare con gli occhi e il regista deve saper cogliere questo racconto in quello sguardo…

Oltre che rappresentare un copione da attore, ti è capitato di rappresentarlo come regista?
Sì, quando faccio il regista e l’attore dei miei spettacoli o quando metto in scena uno spettacolo con gli allievi dei miei laboratori teatrali: in questi casi in qualche modo li guido ma mi lascio anche guidare. La cosa che mi piace dei giovani è che paradossalmente sono loro che mi insegnano forse più di quello che io insegno loro, hanno la capacità di farmi comprendere cose che avevo dimenticato. Perché il teatro non è altro che un gioco, anche se un gioco serio, con le sue regole, e quest’aspetto, quando diventiamo adulti, tendiamo a dimenticarcelo. Tant’è che per gli inglesi recitare è to play…

Quanto conta la scenografia all’interno di una sceneggiatura al cinema? E a teatro? 
La scenografia è come l’abito del personaggio, nella finzione recitare in un ambiente che in qualche modo mi ricorda il periodo storico, l’epoca, la situazione è chiaro che mi condiziona e mi stimola aiutandomi a vestire i suoi panni. Spesso chiedo aiuto al Maestro Scenografo Osvaldo Desideri - Premio Oscar perL’Ultimo Imperatore di Bernardo Bertolucci – e a sua moglie Ewa, che vestono con passione e intuito il palcoscenico dei miei spettacoli interpretando al meglio il copione. Se al cinema la scenografia sembra qualcosa di fondamentale, a teatro, un tavolo, una sedia, o i pochi oggetti a disposizione, sono addirittura essenziali. Siccome il teatro è minimalista, ogni piccolo oggetto mi racconta qualcosa e mi consente di giocare di più. Mentre al cinema la scenografia dà forza all’attore, a teatro è l’attore che dà forza all’oggetto, che lo fa vivere. Sei lì che parli con una candela o con una bottiglia, è una cosa che può succedere soltanto a teatro, su un palcoscenico e così in quel momento l’oggetto prende vita. Una sedia a teatro può anche parlare. Quando faccio il monologo di Gaber La sedia da spostare, la sedia comincia a parlare, mi fa quasi da spalla. È pur vero che anche nel cinema d’autore, per esempio in Bergman o anche in film come Interiors di Woody Allen, dove le scenografie sono minimaliste, la scena è nella forza degli attori, nella recitazione ma anche nei dialoghi, nella forza della sceneggiatura.. In effetti, alcune scene sono quasi dei fotogrammi e ricordano l’atmosfera teatrale…

Qual è per te il palcoscenico ideale? Preferisci rapportarti con il pubblico del teatro o con l’occhio magico della macchina da presa?
Come ti ho già detto, il palcoscenico mi piace di più per certi aspetti, la macchina da presa per altri, però quando faccio uno spettacolo a teatro e sono padrone della scena, come quando interpreto i monologhi o le canzoni di Giorgio Gaber, allora quella è la mia dimensione ideale. Mi immedesimo talmente nel personaggio, nell’uomo, nel filosofo, nel poeta, nello scrittore, nel cantante naturalmente, che mi sento quasi più a mio agio che nella vita reale. Avere la possibilità di suscitare nel pubblico che ho davanti lo stupore, il sorriso, la commozione, il dubbio, la rabbia, la lucida riflessione, mi stimola a fare nuovi spettacoli. Il pubblico, infatti, mi ricarica di energia: in questo mio racconto mi emoziono con la speranza di emozionare. Quando poi interpreto il Signor G, ho la sensazione che, attraverso di lui, posso avere una sorta di missione da compiere, come risvegliare le coscienze e produrre anche se solo culturalmente, un cambiamento, una trasformazione interiore. Il mio palcoscenico ideale, quindi, è senza dubbio quello del Teatro-Canzone di Gaber-Luporini…

Quando ti è nata la passione per il cinema? C’è un accadimento, un luogo o una persona che ti hanno stimolato?
Devo tutto a mio padre e a mio nonno che, come ti ho già detto, possedevano un cinema a Ciampino e io sono cresciuto là dentro. Una delle esperienze più forti che ho provato nel film dove ho interpretato l’irlandese è che era prodotto dalla Titanus, un marchio storico che inizialmente faceva solo ed esclusivamente cinema. Ricordo che da piccolo vedevo quella sigla con una specie di cuore a tre punte e mi figuravo un intero pianeta di immagini, forse il cinema stesso, per cui, quando ho firmato il contratto con la Titanus, non ho difficoltà ad ammettere che mi tremava letteralmente la mano. Mio padre mi ha trasmesso questa grande passione per il cinema, senza poi considerare il fatto che quando, con mio padre e i miei due fratelli, andavamo alla Titanus a prendere le pellicole, le cosiddette “Pizze” e mi capitava di vedere Gassman, la Loren, Manfredi, Sordi, Mastroianni e poi quelle stesse persone rispuntavano incredibilmente dalle pellicole materializzandosi sullo schermo, io non comprendevo: per me che ero molto piccolo questo era un miracolo inspiegabile. E forse è per questo che ho voluto dedicarmi alla magia del cinema e poi del teatro…

C’è un personaggio che hai amato particolarmente? Per quali motivi?
In assoluto Gaber è il personaggio che ho amato di più e che tuttora amo di più, come avrai già capito… Lui non mi abbandona mai, è l’unico copione che voglio sempre accanto a me, direi che la cosa tragicomica è che mi rivedo integralmente nei suoi copioni, tutto quello che ha scritto sembra scritto per me. E anche gli spettatori, dopo lo spettacolo, spesso si avvicinano stupiti per aver intravisto questo mio sdoppiamento in lui. Gaber mi ha insegnato e ancora mi insegna più di qualunque scuola, addirittura abbiamo avuto le stesse vicissitudini e anche la stessa malattia, da cui io, per fortuna, sono guarito… Per cui quando finisce lo spettacolo non vedo l’ora di ricominciare come fosse quasi una droga. Del resto, con questo naso, uguale al suo e con questa mia somiglianza anche esteriore era quasi un destino che lo dovessi incontrare e il suo teatro è talmente vasto, profondo e vario che è difficile annoiarsi e pensare di averlo compreso pienamente e intensamente…

Come ti ispira il personaggio di Gaber e il rapporto con il suo eterno fratello Luporini?Gaber e Luporini hanno interpretato la crisi dell’uomo a tutto tondo senza mai pretendere di dare dell
e risposte ma semplicemente cercando di suscitare dei dubbi. Negli innumerevoli monologhi e canzoni che hanno scritto, hanno poi interpretato lo spirito del loro tempo che però è anche quello dei nostri tempi, vivo e vero come non mai in questo momento storico di crisi economica, sociale, delle coscienze, dei valori, dei rapporti, della famiglia, dell’amore…

Qual è il tuo più grande Sogno come attore?
Vivere girando i palcoscenici dei più grandi teatri italiani portando il messaggio gaberiano in ogni luogo disposto ad accoglierlo, magari anche nelle scuole dove una coscienza più giovane può assorbirlo più profondamente. Vivrei facendo trecentosessanta spettacoli l’anno a trecentosessanta gradi… E non mi risparmierei sulla durata – sarei capace di fare tre ore di spettacolo senza fermarmi – se non temessi di annoiare lo spettatore… e nemmeno sul numero dei bis… Poi magari mi intratterrei con gli spettatori per comprendere se posso migliorare qualcosa dello spettacolo: dall’uomo della strada all’intellettuale alla più ingenua donna di casa… del resto questo amava fare anche il Signor G… Sembra proprio che il destino non me lo abbia fatto incontrare per caso. Il primo monologo della mia carriera di attore, infatti, al tempo del Teatro dè Cocci, fu appunto La Paura di Gaber e da quel momento ho cominciato a superare la mia…

Di quale film vorresti essere protagonista?
Il mio sogno sarebbe quello di poter interpretare il personaggio di Gaber al cinema, la sua vita, i suoi desideri, le sue delusioni, i suoi sforzi per comprendere ogni cosa, il dialogo incessante con il suo amico e coautore Luporini in questo scambio che ha prodotto tutto il Teatro-Canzone… Penso che ci metterei veramente tutto me stesso, come faccio sempre del resto…
Dopo queste appassionanti risposte di Luca Martella sul copione è interessante esaminare quanto questo tema sia legato alla psicanalisi. Secondo lo psicologo canadese Eric Berne (1910–1970), padre dell’analisi transazionale, ogni individuo segue il suo copione esistenziale: “Un piano di vita inconscio che si basa su di una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori (attraverso messaggi verbali e non verbali), giustificata dagli avvenimenti successivi, e che culmina in una scelta decisiva”.

Esiste, quindi, una stretta analogia tra copioni di vita e copioni teatrali, perché questi ultimi, “derivano da copioni della vita reale”. Come scriveva già lo stagirita Aristotele (384 a.C. - 322 a.C.): “Due cause appaiono in generale aver dato vita all’arte poetica, entrambe naturali: da una parte il fatto che l’imitare è connaturato agli uomini fin dalla puerizia… dall’altra il fatto che tutti traggono piacere dalle imitazioni”. Per questo motivo sempre secondo Berne: “Anche le scene dei copioni di vita devono essere programmate e prestabilite esattamente come quelle dei copioni teatrali”.

Ciascuno di noi, infatti, recita sul palcoscenico della vita un dramma che ha un inizio, un punto di mezzo e una fine. Le prime decisioni che abbiamo preso nella vita sono quelle più profonde e immutabili e determinano in maniera fondamentale l'assunzione del ruolo con cui recitiamo la nostra parte sulla scena del mondo. La liberazione dal ruolo determinato dal contesto in cui ci siamo formati avviene, quindi, attraverso un lungo percorso, un copione che continua a svilupparsi verso la libertà, la realizzazione e il benessere personale in una tensione continua che ci porta a interpretare sempre nuovi soggetti. Del resto secondo il più eminente drammaturgo della cultura occidentale William Shakespeare (1564–1616): Tutto il mondo è un palcoscenico e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nel tempo che gli è dato, rappresenta diverse parti (Come Vi Piace, Iacopo: atto II, scena VII).

Dal canto suo, lo psicologo tedesco Bert Hellinger (1925), partendo dalla considerazione che, spesso, la nostra esistenza appare condizionata da destini e sentimenti che non sono veramente propri e personali, ma che appartengono a "grovigli" del sistema-famiglia, cerca di portare alla luce questi meccanismi attraverso il processo delle Costellazioni Familiari. Si tratta di una terapia riprodotta da rappresentanti che, affidandosi all’istinto, mettono in scena i meccanismi comportamentali esistenti tra i membri di una famiglia o di un gruppo, evidenziando le dinamiche inconsce che causano sofferenza nelle relazioni affettive e professionali o nel rapporto con il denaro e con la salute.

Per far fronte all’azione che questa struttura arcaica, cieca e inconscia, esercita dentro di noi, potremmo affidarci a questo semplice suggerimento di Albert Einstein: Ogni essere umano è parte di un tutto chiamato Universo. Egli sperimenta i suoi pensieri e i sentimenti come qualcosa di separato dal resto: una specie di illusione ottica della coscienza. Questa illusione è una specie di prigione. Il nostro compito deve essere quello di liberare noi stessi da questa prigione attraverso l'allargamento del nostro circolo di conoscenza e comprensione, sino ad includere tutte le creature viventi e l'interezza della natura nella sua bellezza.

E dunque è l’attore colui che affronta continuamente il piacevole viaggio verso la comprensione e guarigione di se stesso approfondendo la miriade di personalità e sotto-personalità che lo fanno agire per acquisire la sua interezza! Secondo il metodo proposto dal drammaturgo russo Konstantin Sergeevič Stanislavskij (1863 – 1938) risulta, infatti, fondamentale per diventare davvero credibili sul palcoscenico  "il lavoro dell’attore su se stesso" e "il lavoro dell'attore sul personaggio".

Se è vero, dunque, che un attore che si rispetti si mette continuamente in discussione attraverso l’affascinante gioco del palcoscenico, cosa facciamo, invece, tutti noi per diventare credibili nel tragicomico palcoscenico della vita? Ci immergiamo coraggiosamente nella nostra storia cercando di trasformare quello che non ci appartiene o ripetiamo infinitamente e fissamente lo stesso copione? Ma del resto cosa c’è di realmente vero nella nostra esistenza?
Luca Martella: Rispondo con i primi due versi del sonetto di Gigi Proietti Teatro: Viva er teatro dove tutto è finto/ ma gnente c’è de farzo e questo è vero.

Così come Qualcuno disse: Siamo noi gli unici attori e registi della nostra vita, ognuno ha in mano il proprio copione da scrivere prima, e recitare poi... il singolo individuo è l'unico selettore delle sue scelte e dunque l'unico responsabile delle conseguenze che da esse derivano. Esso decide se e quali maschere indossare in ogni circostanza, esso decide se VIVERE o SOPRAVVIVERE durante la sua permanenza in questa breve vita, esso sceglie se mettere in scena – su quel freddo e apatico palcoscenico (il mondo) che lo ospita temporaneamente in attesa di volti nuovi e sceneggiature nuove – un ruolo da protagonista o uno da comparsa.

Del resto Oscar Wilde diceva: Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste... e nulla più. 
Il prossimo appuntamento è per il 22 Novembre.
Pubblicato: Giovedì, 7 Novembre 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

Il copione secondo Luca MartellaIl copione secondo Luca MartellaIl copione secondo Luca Martella
Il copione secondo Luca MartellaIl copione secondo Luca MartellaIl copione secondo Luca Martella















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Giovedì, 7 Novembre 2013

REPORT - Germany, Benessere

Berne, Hellinger e le Costellazioni Familiari

Gli ordini e le forze guaritrici dell'amore.

Berne, Hellinger e le Costellazioni Familiari
Ho incontrato Berne…
a cura di Maria Teresa Protto
Leggendo l’intervista sull'argomento del copione all’attore Luca Martella, ho ricordato le volte in cui nella mia vita ho incontrato Eric Berne, anzi, Eric Leonard Bernstein, lo psicologo canadese padre dell’analisi transazionale. La prima volta fu in un asilo nido: una educatrice d’infanzia mi spiegò che intorno al primo anno di vita il bambino, quando viene allontanato dalla madre, vive la fase dell’oggetto transazionale: per metabolizzare l’assenza della mamma il piccolo sposta cioè su un oggetto il bisogno di contatto, quindi l’oggetto – la famosa coperta di Linus – fa da “ponte” fra il legame concreto con la mamma e le attese e la capacità di immaginare del bambino. La seconda volta, invece, fu per lavoro, a un classico corso di Scienze della Comunicazione: si partiva dall’analisi transazionale come base teorica per proteggere e sviluppare il problem solving, un metodo per individuare i propri bisogni e desideri, con precisione e realismo, e agire in maniera concreta ed efficace per realizzarli in tempo utile, impiegando tutte le informazioni a disposizione.

Si analizzava un ipotetico problema creatosi nel proprio ambiente di lavoro e si cercava di risolverlo in base ai mezzi e al personale a disposizione. Il comportamento mio e degli altri discenti ci fu poi spiegato e analizzato dopo aver sviscerato ogni possibile ipotesi; fu lì che appresi le nozioni di Bambino, Genitore e Adulto, di Strutturazione del Tempo, delle tre “fami” e di come esse abbiano bisogno delle “carezze” per essere soddisfatte e di quante “carezze” divengano transazione. Ma più che altro mi resi conto che in quel momento non sapevo più se stavo recitando una parte oppure ero veramente me stessa solo su quel palcoscenico virtuale!

Il docente a cui chiesi maggiori informazioni per poter approfondire alcune di queste interessanti nozioni mi parlò di Berne, e in particolare di un suo libro del 1964, A che gioco giochiamo; Berne sostiene che i punti chiave siano l'analisi strutturale, basata sugli stati dell'Io, e la teoria dei giochi (Games) e del copione (Script), e come nel gruppo l’utilizzo di queste tecniche aiutino a raggiungere rapidamente risultati o miglioramenti stabili. Sembra strano, ma i testi letti mi fecero comprendere meglio come propormi agli altri e come riconoscere negli altri quei messaggi che possono ben disporre a risolvere insieme le difficoltà non solo nel mondo lavorativo ma anche nella vita sociale.

Ma andiamo avanti nel tempo. Qualche mese fa sono stata invitata a un incontro di Costellazioni Familiari: non ne sapevo nulla, ma anche qui ho di nuovo “incontrato” Eric Berne. In Natura della Comunicazione, un articolo del 1953, Berne parla del concetto di energia psichica: la comunicazione viene compresa quando cambia la distribuzione delle cariche energetiche psichiche nell'organismo ricevente e la carica energetica è la somma della carica di energia psichica esercitata su un'immagine psichica e dell'attribuzione di sentimenti e significati a tale immagine. Un discorso un po’ troppo complesso forse, ma l’esempio dell’incontro a cui ho partecipato può aiutarci a comprendere meglio: una ragazza del gruppo aveva delle difficoltà a relazionarsi con la madre e il figlio.

La terapeuta che guidava l’incontro, cioè il facilitatore, le fece scegliere delle persone a cui affidare il ruolo dei personaggi del conflitto: la protagonista, il figlio, la madre, l’ex marito e l’attuale compagno. La scelta avvenne nel silenzio più completo, con intensi sguardi e un breve contatto fisico. Ognuno era come guidato da “energie” al di fuori della propria comprensione (Bert Hellinger, l’ideatore, direbbe presunte “forze” che agiscono e guidano il cosiddetto e indimostrato “campo energetico” del sistema familiare messo in atto), parlava, si muoveva o faceva cose che in quel momento sentiva di fare o dire: anch’io non ero me stessa ma effettivamente la persona che stavo interpretando, con tutti i pregi e i difetti tipici di chi dovevo rappresentare.

La cosa che mi ha colpito di più è che alcune persone erano talmente immerse nella parte interpretata che arrivavano a piangere, disperarsi, soffrire con una tale intensità che sembrava fossero diventate coloro che rappresentavano. E in questa loro emozione che emergeva durante la messa in scena avevano modo di affrontare e sciogliere, pur nelle vesti di un personaggio apparentemente sconosciuto, i loro stessi nodi, conflitti, dubbi che fino a quel momento erano rimasti irrisolti. Il tutto avveniva in modo completamente irrazionale: il facilitatore aveva espresso chiaramente la necessità di vivere l’emozione, e non razionalizzarla come si fa in genere in psicoterapia, di lasciar lavorare dentro ogni impressione senza preoccuparsi di ricordare e anzi lasciando andare ogni turbamento, soprattutto se apparteneva alla Costellazione di qualcun altro piuttosto che alla propria. Alla fine di quel week end mi sentivo completamente spaesata, forse anche un po’ addolorata per aver ripercorso alcuni sentieri della mia vita, ma al contempo energeticamente ritemprata e pronta ad attraversare altre maree.

Non so spiegare meglio tutto questo ma, come sostiene Hellinger, cìò che accade durante una rappresentazione familiare tramite la disposizione dei partecipanti viene da un'altra dimensione, come se ci fosse una forza ordinatrice e unificatrice che intende realizzare in ogni Costellazione gli ordini soprannaturali dell'amore più completo: eguale diritto di appartenenza, ordine di rango, equilibrio tra dare e prendere e, quando inizia ad allargarsi fuori dalla Costellazione, il movimento dello spirito oltre la coscienza familiare con la sua volontà di esclusione o colpa o espiazione.

Secondo la nostra appassionata esperta Lucia Berrettari «le Costellazioni Familiari creano un campo energetico che rende manifesto come siamo connessi e collegati a tutte le altre creature che abitano la terra… in una giornata di Costellazione si crea un movimento unico che influenza tutti i partecipanti indipendentemente dal ruolo che ricoprono all’interno della rappresentazione…», e sarà lei stessa più avanti a dare una migliore spiegazione. Ma non dimentico che è stato Eric Berne il primo a introdurre il concetto di “copione di vita", quel copione interiore secondo il quale programmiamo l’esistenza sin dall'infanzia e la cui scrittura rimane inconscia a noi stessi…

Le Costellazioni Familiari
a cura di Lucia Berrettari

Bert Hellinger, psicologo tedesco, dal 1980 espose le basi delle sue linee teoretiche e metodologiche in merito alle Costellazioni Familiari e sistemiche, una delle varie espressioni della psicologia fenomenologica e sistemica. Hellinger ritiene che la vita di ognuno sia spesso condizionata da destini e sentimenti che non sono veramente propri e personali; malattie gravi, problemi relazionali e sul lavoro possono essere dovuti a “irretimenti” del sistema-famiglia e possono essere portati alla luce attraverso il processo delle cosiddette Costellazioni Familiari.

Le Costellazioni Familiari sono costituite da una “messa in scena”, riprodotta da “rappresentanti”, che in modo istintuale ricreano le inter-dipendenze esistenti tra i membri di una famiglia o di un gruppo, permettendo in tal modo di evidenziare le dinamiche inconsce che causano disagi e sofferenze in diversi aspetti della vita di ciascuno: nelle relazioni affettive, nelle relazioni professionali, nel rapporto con il denaro, con la salute ecc. La Costellazione si svolge di norma durante incontri di gruppo (si possono svolgere anche Costellazioni individuali) dove uno o più partecipanti sono interessati a rappresentare la propria Costellazione Familiare.

Tutti i presenti si dispongono in un cerchio e tra loro si pone anche il conduttore, detto anche “facilitatore”. Questi coadiuva i presenti a raggiungere uno stato di rilassamento e presenza attiva. Il conduttore invita la persona da trattare a sedersi al suo fianco e gli pone delle domande che servono a focalizzare il tema da “esplorare”. Secondo quanto esposto sarà rappresentato il sistema familiare d’origine o quello attuale o il sistema professionale, ecc. Su invito del conduttore, il quale definisce quali debbano essere i membri della famiglia o altri elementi chiamati in causa nella “messa in scena”, la persona da trattare, dopo essersi concentrata, sceglie tra i presenti, in modo istintivo e senza alcun criterio di somiglianza fisica o di età, un rappresentante per se stesso e per ogni suo familiare o elemento coinvolto.

Quando ha finito di disporre tutti i membri della famiglia o del sistema che sono stati coinvolti, il cliente si siede di fianco al conduttore in modo che entrambi abbiano la visione completa dell’insieme. Da quel momento in poi diventa uno spettatore silente, a meno che il facilitatore non lo coinvolga direttamente, e lascia che tutto ciò che avviene agisca su di lui. Ai rappresentanti è richiesto di assecondare ogni loro istintivo movimento fisico, in quanto, secondo la teoria di Hellinger, essi hanno, in maniera del tutto inconsapevole, cominciato ad avvertire ciò che i membri della famiglia o del sistema rappresentato hanno realmente provato, accedendo ai sentimenti ma anche alle sensazioni corporee dei loro rappresentati. A questo punto i rappresentanti sono entrati in contatto con il “campo energetico” del sistema familiare in questione. Il conduttore lavorerà con le forze che agiscono e guidano il campo energetico del sistema messo in atto.

Attraverso quindi un graduale cambiamento di posizioni spaziali ed emotive dei rappresentanti, che il più delle volte avviene in maniera spontanea e, a volte, invece attraverso l’intervento del conduttore, la Costellazione evolve verso livelli generali di maggiore comprensione, di partecipazione e verso un’immagine di armonia, equilibrio e pace, che va a vantaggio della persona interessata ma, di riflesso, porta vantaggio anche al nucleo familiare rappresentato e a tutti i partecipanti all’incontro.

La scena rappresentata fa smuovere una trasformazione interiore della persona trattata. Una Costellazione, in genere, può durare dai venti minuti a un’ora, ma vi possono essere Costellazioni più brevi o più lunghe. Scopo principale della rappresentazione non è quello di far chiarezza sulle migliaia di ombre presenti in una famiglia, ma quello di portare alla luce il cosiddetto “irretimento”, che costituisce il problema saliente per la persona interessata. Per cogliere appieno il significato di quest’approccio è importante assumere una prospettiva sistemica. In un sistema il singolo non è importante di per sé, ma in funzione di qualcosa di più grande, il sistema appunto. Esistono tanti sistemi, l’ecosistema, il sistema famiglia, il sistema azienda e così via. In ogni sistema ci sono delle forze assai potenti per cui il singolo è responsabile per la parte che gli compete, spesso a sua insaputa, del funzionamento del tutto.

È abbastanza intuitivo pensare che da certi sistemi si possa uscire, per esempio da un’associazione sportiva, mentre da altri no, primo fra tutti l’ecosistema ma anche dal sistema familiare… Attraverso il metodo delle Costellazioni Familiari possiamo allora rendere consapevoli certi processi destinati normalmente a restare e agire nell’oscurità e nello stesso tempo ristabilire il collegamento con le forze vitali delle origini, in accordo e all’unisono con gli “ordini dell’Amore”.

Le Costellazioni Familiari sono assai diffuse nei paesi di lingua tedesca e ora cominciano ad essere molto conosciute nel resto del mondo per la profondità e l’efficacia. Vengono utilizzate nei più disparati campi della vita associata, laddove esistono appunto dei sistemi, per questo si chiamano anche costellazioni sistemico-fenomenologiche. Efficacissime nella terapia familiare, di gruppo, di coppia, individuale, nella scuola, nelle aziende, negli uffici, negli ospedali, la loro caratteristica principale è quella di fare riferimento agli “ordini dell’amore” e alle forze guaritrici delle origini del sistema familiare.
Per maggiori informazioni:
www.luciaberrettari.it

Leggi anche: Il copione secondo Luca Martella
Pubblicato: Giovedì, 7 Novembre 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

Berne, Hellinger e le Costellazioni FamiliariBerne, Hellinger e le Costellazioni FamiliariBerne, Hellinger e le Costellazioni Familiari
Berne, Hellinger e le Costellazioni FamiliariBerne, Hellinger e le Costellazioni FamiliariBerne, Hellinger e le Costellazioni Familiari

martedì 8 ottobre 2013

Intervista a Luli Bitri, pluripremiata come miglior attrice protagonista

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WSI
Martedì, 8 Ottobre 2013

REPORT - Albania, Cultura

Intervista all'attrice Luli Bitri

Donne che lottano per la libertà.

Intervista all'attrice Luli Bitri
Mi ha colpito l’interpretazione della zingara Alina al suo esordio italiano nel film Dimmi che Destino avrò di Peter Marcias, la sua personalità aperta e poliedrica, la disponibilità a mettersi completamente in discussione e l’indiscutibile fascino di donna dell’Est. Luljeta Bitri Lushnjë, nota Luli, è un’attrice di origine albanese, stimata ormai in tutta Europa, dopo il successo ottenuto nel 2010 dal film Amnesty del regista Bujar Alimani al Festival cinematografico di Berlino.
Luli, diplomata all'Accademia delle Belle Arti di Tirana, è tornata al Teatro – dove aveva esordito nel 2001 con Beckett – in occasione dello spettacolo portato in scena da Michele Placido e Isabella Ferrari a Roma alle Terme di Caracalla il 9 e 10 agosto scorso. Lo spettacolo, Un bacio nel cuore - Le donne nella vita e nella musica di Verdi, è costruito dalle lettere che ha scambiato il grande compositore con le sue donne, la prima moglie Giuseppina Streponi, interpretata da Isabella Ferrari, e il soprano Teresa Stolz, la musa e amante di nazionalità ceca che ha rappresentato le eroine protagoniste delle sue opere, da Leonora (Il Trovatore) ad Amelia (Un ballo in maschera), da Abigaille (Nabucco) ad Azucena (Il Trovatore), da Violetta (La Traviata) a Gilda (Rigoletto), interpretata appunto da una splendida Luli.
1. Come ti sei calata, Luli, nel personaggio di Teresa Stolz? Cosa ti ha regalato la vicinanza di questa grande donna della vita di Verdi?
Si tratta di un personaggio straordinario, di una storia coinvolgente che mi è capitata quasi per caso… Gli incontri importanti a volte sembrano un mistero, ma io preferisco credere al destino… e al Destino mi affido! Del resto ho esordito in Italia con il film di Peter Marcias Dimmi che destino avrò… Proprio per il ruolo di Alina in questo film ho vinto il premio come Migliore Attrice al B.A. Film Festival, così sono andata a Busto Arstizio per ritirare il Premio. È stato lì che ho conosciuto Michele Placido e, come si fa tra attori appassionati, ci siamo raccontati i nostri progetti. Sono rimasta colpita e affascinata dalla figura di Verdi, dalla personalità di queste due donne fuori dal comune. In ogni attrice esiste sempre il sogno di impersonare una donna dell’Ottocento, figurati con che gioia ho accolto la sfida di essere Teresa Stolz, una straordinaria soprano e inseparabile musa del compositore. Ho trascorso un periodo bellissimo: non ho fatto che studiare la parte, immergendomi anima e corpo nel copione. Mi sono tuffata nelle ricerche sulla vita di Verdi, sul rapporto con le sue donne, con le sue opere, con la magia delle sue note…
2. Come hai vissuto l’impatto con il pubblico romano, nella cornice magica delle Terme di Caracalla? 
Non sai quanto io ami il teatro, la magia dello spazio libero di fronte allo spettatore! Condividere quest’emozione con la personalità di Michele Placido e Isabella Ferrari, travolta dal fascino dell’appassionante musa di Verdi, sul palco incantato delle Terme di Caracalla, per me è stato un grandissimo dono della vita. Immagina che estate inconsueta e coinvolgente avvolta dalle magnifiche note del genio nel tempio della pace romana…
3. È stato facile lavorare con Michele Placido e Isabella Ferrari? 
Lavorare con i grandi è sempre un’opportunità, un motivo di crescita: è stato come se li avessi conosciuti da sempre, mi hanno fatto sentire a mio agio fin dal primo momento. Però, ammetto, che lavorare con loro è stata anche una grande responsabilità. Devi dare il massimo, non puoi permetterti cali di tono o di ritmo, devi essere sempre carica di energia. Non lo voglio nascondere, all’inizio non riuscivo a credere che avrei recitato accanto a loro, per di più a Teatro, poi mi sono fatta forza e ho affrontato il Destino preparandomi con impegno. Placido mi ha dato fiducia contribuendo a rafforzare le mie qualità e talenti. Ferrari è una donna di gran cuore, non è solo una brava attrice, mi sono veramente sentita accolta dalla sua umanità e poi mi sono decisamente innamorata del modo in cui ha fatto vivere il suo personaggio, la ammiro immensamente.
4. Preferisci misurarti con un pubblico dal palcoscenico o ti affascina di più il rapporto con la macchina da presa? Dove ti trovi più a tuo agio?
L’interpretazione a teatro non cambia tanto rispetto a quella davanti alla macchina da presa. Il segreto è saper gestire le diverse misure. Io ho iniziato col teatro e mi sento a mio agio davanti a una sala piena di occhi che mi guardano. Mi ha sempre affascinato, fin dal primo giorno, il momento in cui mi viene assegnata la parte. Ogni replica, poi, con i suoi brividi d’emozione e la sua ansia di prestazione, mi riempie di gioia. Il cinema è venuto dopo, ma, non lo nego, amo anche il grande occhio, quello della macchina da presa. Perché è proprio quello che mi rende immortale nel tempo.
5. Il film che ti ha resa famosa, Amnesty, ti ha vista nel ruolo di Elsa, la moglie di un detenuto finito in carcere per debiti. Questa donna si porta dietro una grande tristezza, la stessa che investe tutti i personaggi della storia e forse l’Albania stessa. Molte scene rappresentano lo stato sulfureo di una società senza via di scampo, la povertà investe ogni campo della vita, compreso quello delle emozioni, tanto che non è mai possibile sognare… Come ti sei preparata per affrontare questo complesso personaggio giocato spesso sulla comunicazione non verbale e sulla magia dei silenzi?
Come al solito, è stato tutto un gioco del Destino… Ero tornata a recitare a teatro, a Tirana, dopo anni in Italia, e proprio quella sera ho ricevuto la proposta di Alimani… Dopo aver letto la sceneggiatura del film, mi sono sentita fortunata, volevo essere quella donna, un profilo qualunque di femmina abortita dal sistema. Una tra le tante donne di provincia, una donna che non ha realizzato se stessa e che non ha più sogni o forse non ne ha mai avuti, una di quelle persone che vive nella grande disperazione di una vita che non vuole vivere, ma che nello stesso tempo non sa come migliorare. Ho cominciato a frequentare i pullman, a prendere il caffè nel bar davanti alla prigione. Volevo vedere con i miei occhi la tristezza di quelle piccole donne, leggere nei loro volti il terrore di quella solitudine, l’angoscia per il fallimento delle loro esistenze, il senso del supplizio subito da un’atavica programmazione. Non è stato difficile immedesimarmi nella loro sofferenza, nel dolore della mia terra...
6. Qual è stato il tuo rapporto con il regista Alimani e perché sei stata scelta per quella parte?
Alimani è uno sceneggiatore e un regista che conosce bene la psicologia di una donna, mi è stato di grande aiuto nei momenti difficili. Non so perché abbia scelto proprio me per il ruolo della protagonista, forse ha visto nella mia interpretazione i colori che cercava per il suo personaggio. Lui è stato capace di creare sul set un clima amichevole, sempre colmo di buon umore, è sempre stato delicato e costruttivo nel criticare quello che non andava. Personalmente adoro la sua penna e non vedo l'ora di iniziare il prossimo film. Siamo in fase di preparazione per il film Gold, nel quale reciterò di nuovo da protagonista.
7. Per il ruolo di Elsa hai ricevuto il Premio Miglior Attrice all’East East West Festival di Orenburg in Russia. La giuria del Festival era composta dal famoso regista polacco Zanussi, da Sherif Award, critico d’arte, e dal regista serbo Goran Paskaljevic. La descrizione del Premio è stata la seguente: «A Luli Bitri, un’attrice che riesce a trasformarsi senza aver paura di imbruttirsi. Un ruolo irriconoscibile con l’attrice della vita quotidiana. Una strong woman!».
Ho vinto anche altri due premi come miglior attrice protagonista al Festival Internazionale del Cinema di Vernon (Francia), edizione 2011, e il Premio Internazionale “Golden Goddess” al Prifilmfest. E naturalmente anche al Festival del Film Albanese del 2012 ho ricevuto il premio “Miglior attrice protagonista”.I premi mi hanno dato fiducia e mi hanno portato a un impegno maggiore per permettermi di crescere ancora per ruoli migliori ancora più difficili. Ogni sfida, per me, è un’opportunità.

8. Quanto è stato difficile rappresentare attraverso la lente sottile del tuo personaggio il doloroso e tragico mutamento della Storia dell’Albania?
Io sono un’attrice drammatica e non so se lo posso dire, ma trovo una grande soddisfazione se i ruoli sono complessi sia dal punto di vista psicologico sia politico-sociale. Questo ruolo è stato una grande sfida per me, ma credo di aver superato la prova. Sono stata felice di poter dar voce a quelle piccole donne che non sono in grado di uscire dalla trappola del proprio Destino.
9. Il racconto della passione di un uomo e una donna, nata ai margini di un carcere, una tenera storia d'amore, condizionata dalla detenzione dei rispettivi coniugi, che rapporto ha secondo te, con gli obblighi e divieti imposti da un regime in fase di trasformazione?
Elsa e Shpetim vanno verso la prigione a compiere il loro dovere nei confronti dei coniugi. Non hanno il coraggio di fare il contrario, ma non vedono neanche un raggio di sole intorno a loro. Vivono nella loro povertà, senza speranze, senza fantasia, senza ribellione. Anche se loro sono fuori dai cancelli, sono loro i veri prigionieri. Solo nel momento in cui le loro vite si incrociano, offrendo alla loro anima un reciproco specchio, allora c’è una specie di risveglio e nasce la speranza in una vita migliore, forse semplicemente più libera, dove non sono costretti a compiere solo doveri. Elsa ha due bambini, non ha più un lavoro e come se non bastasse ha un suocero che la controlla. Gli anni passano e lei si sente in trappola, senza un motivo per sorridere, con un marito che la considera solo un oggetto con cui soddisfare le sue esigenze sessuali.
10. Le scene erotiche sono interpretate secondo un canone di moralità sociale che inizia a sciogliersi solo oggi, nonostante la dissoluzione della Repubblica popolare sovietica sia avvenuta da oltre un ventennio – ricordiamo che la Nuova Repubblica di Albania è nata nel 1991 dopo quasi cinquant’anni di Regime. Quanto tempo passerà ancora perché l’Albania, le donne e gli uomini albanesi, si possano liberare di questo pesante condizionamento?
Questo film con queste scene erotiche è considerato un film coraggioso. Non è l'unico film che supera i condizionamenti del tempo del comunismo. Pensa che una volta nei film era impossibile vedere un bacio. Abbiamo recuperato in fretta. Questo film non rappresenta tutta l’Albania, ma parla proprio della sua parte malata.
11. Ti senti in linea con l’attuale ruolo della donna albanese nel film? E nella vita?
Io a differenza di Elsa ho cercato di realizzarmi, studiando. Ho sognato e ho sfidato il mio Destino. Sono libera e forte. Sono una che combatte per realizzare i propri sogni.
12. Come sta cambiando il ruolo della donna nel tuo paese e quanto è importante il suo ruolo per la crescita di tutto il paese?
Sono accaduti tanti cambiamenti in questi 20 anni e la donna è stata la prima a cercare la sua indipendenza. Abbiamo recuperato in fretta perché siamo ambiziose. C'è tanto da fare ancora, è vero, ma alla fine questo capita dappertutto. Io che vivo ormai in Italia da anni, mi sono accorta che problemi simili si vivono anche in questo Belpaese.
13. Le scene erotiche sono rare, le donne sembrano indifferenti, la sessualità è qualcosa di meccanico, quasi violento e senza eros, senza passione, è stata una scelta precisa di Alimani?
Tra di loro non c'è più amore. Il sesso è solo un dovere per le donne. Questo faceva parte della visione del regista.
14. Che differenze hai riscontrato tra la tua esperienza cinematografica in Albania e le luci della ribalta italiane?
A parte la difficoltà di dover recitare in una lingua straniera, nel modo di lavorare non ho notato nessuna differenza.

15. Al tuo esordio italiano ti abbiamo visto nei panni di una zingara a recitare insieme ad attori non professionisti del mondo dei rom, cosa ti ha insegnato quest’avventura sotto la guida di Peter Marcias?
L'esperienza in questo film è stata forte. L'impatto con la realtà rom è stato dirompente. Non mi era mai capitato di conoscere la loro cultura, la loro psicologia, la loro filosofia di vita e quando Marcias mi ha proposto quella parte, ho capito che dovevo prepararmi a fondo. Ho imparato ad accettare le persone per come sono, per tutte le scelte di vita che fanno, senza giudicare ciò che è lontano da quello che ho scelto io.
16. Come ti sei preparata per questo ruolo?
Mi sono tuffata nelle ricerche sulla cultura rom, sulla lingua Romanès e quando mi sono materialmente trovata al campo nomadi tutto è diventato più facile. Dovevo essere una di loro e per fare questo dovevo crederci in quel modo di vivere.

17. Nei due lungometraggi che hai interpretato come protagonista ricopri un ruolo ai margini della vita sociale: zingara, moglie di un detenuto, sono due tipi di detenzione differenti? Dove ti sei trovata più a tuo agio?
Elsa e Alina sono state due personaggi diversi. Elsa depressa, debole, buona e schiava del proprio Destino. Alina una donna in bilico tra due realtà: nata e cresciuta nei campi rom e poi trasferitasi per studiare e lavorare a Parigi. La cosa in comune è che tutte e due vogliono una vita migliore. Elsa per la sua famiglia e Alina per tutti i più deboli. Nel momento in cui mi viene affidato un ruolo da interpretare faccio l'impossibile per essere pienamente nella parte. Sono stata fortunata con entrambi i personaggi perché li ho sentiti profondamente dentro.
18. Come è nata la tua passione per questo lavoro - perché di passione si tratta naturalmente? C’è un evento o una persona in particolare che ti ha suscitato questo stimolo o è stato piuttosto un bisogno di andare a fondo nella conoscenza interiore di te stessa?
Dopo il liceo ho studiato un anno di Medicina. Capivo che non era il mio mondo, perché ero troppo sensibile agli odori degli ospedali, non tolleravo la sua tristezza, le sofferenze e i dolori. Da piccola amavo la letteratura, l'arte ma senza capire esattamente che era la recitazione quella che amavo. È stato grazie a una mia amica, di nuovo per caso, o meglio per Destino. Si è fatta venire l’idea di un concorso e io mi sono buttata a capofitto in questo sogno. Il Destino mi ha favorito, ho vinto la possibilità di studiare all’Accademia delle Belle Arti di Tirana. In quei 4 anni di percorso ho messo tutta la mia passione e l'amore per quest'arte. Non mi sono mai pentita di questa scelta, nonostante tutte le difficoltà che ho dovuto affrontare, è stata la migliore scelta della mia vita, un vero cammino del cuore.
19. A quali progetti ti stai dedicando in questo momento?
Ho appena finito di girare un corto a Tirana la settimana scorsa. Si intitola Finalmente a casa, e infatti mi sono sentita anche io finalmente a casa a recitare di nuovo nella mia lingua. Sono in attesa delle date delle repliche dello spettacolo Un bacio sul cuore di Michele Placido, e, nel frattempo, sto valutando una piece teatrale a Tirana. Siamo anche in fase di preparazione del nuovo film di Alimani Gold.
20. Dimmi che destino avrai… nel tuo futuro: resterai in Italia o ti aspettano nuovi viaggi?
In Italia ho la mia famiglia, quindi tornerò di sicuro. Sto pensando, però, a una nuova esperienza in Francia o in Inghilterra… Le vie del destino sono infinite… Credo nel Destino ma anche nel detto: “Il Destino non è altro che il risultato delle nostre azioni passate”.
 


Il prossimo appuntamento è per il 22 di Ottobre.
Pubblicato: Lunedì, 7 Ottobre 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

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