martedì 1 ottobre 2013

Sardinews, Cinemasardo: il regista Peter Marcias, cultore della diversità


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Anno XIV - Settembre 2013
Cinema sardo

Peter Marcias: regista cultore della diversità
I colori di Cagliari, i diritti dei rom, il mare

Oristanese di nascita, cagliaritano d’azione ama conoscere il resto del mondo

di Patrizia Boi
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Sembrerebbe il nome di un regista italo-americano, invece, Peter Marcias, è un oristanese doc, uno di quelli innamorati della sua terra, del suo mare, della sua gente come pochi, ma nello stesso tempo con un grande amore verso la scoperta del mondo. Torna spesso nella sua isola ma gli altri paesi lo affascinano immensamente e la sua nave ormai ha preso il largo diretta oltreoceano. Per noi italiani sarebbe ancora molto giovane, ma, come sostiene lui stesso, in America sarebbe già maturo per i più grandi film.Il regista (nato a Oristano nel 1977, ma cagliaritano d’adozione), è già autore di diversi Lungometraggi quali Bambini – ep. Sono Alice (2006), Ma la Spagna non era cattolica? (2007), Un Attimo Sospesi (2008), Liliana Cavani, una donna nel cinema (2010), dei due film di successo I bambini della sua vita (2011) e Dimmi che destino avrò (2012), e di numerosi cortometraggi tra cui il capolavoro Il mondo sopra la testa (2012), un film d’animazione sul tema dell’omofobia, prodotto dalla Capetown srl e che ha partecipato a più di venti festival nel mondo. La sua vera fortuna, però, la sta facendo proprio l’ultimo film Dimmi che destino avrò, dove magistralmente ha diretto Salvatore Cantalupo, già visto in «Gomorra» di Matteo Garrone, è l’ottima Luli Bitri, attrice albanese pluripremiata per il film Amnesty di Bujar Alimani (2011), efficacissima nel ruolo di Alina.
Distribuito in questi mesi nei cinema italiani, con grandi apprezzamenti da parte di critica e pubblico, approderà a Londra il 4 settembre al Raindance Film Festival, il 24 ottobre il film proseguirà la sua tournée verso New York, in concorso unico europeo al Chelsea International Film Festival e poi ancora in Germania ai primi di novembre, in concorso all’International Film Festival Mannheim-Heidelberg, portandosi dietro Peter e insieme l’attrice protagonista Luli Bitri.
Dimmi che destino avrò ha già partecipato al Marchè di Cannes 2013 grazie a Cosimo Santoro e la sua The Open Reel e ha interessato molti distributori esteri e soprattutto Festival. In Italia è distribuito dalla Pablo di Arcopinto (è uscito al cinema lo scorso 29 novembre, dopo la presentazione ufficiale al Torino International Film Festival) ed ha fatto un ottimo lavoro di divulgazione, se si pensa che quasi 35mila persone tra sala e web (l’uscita natalizia con Repubblica.it) hanno visto l’opera.
Il film è nato da un’idea dello sceneggiatore Gianni Loy, docente universitario impegnato da anni nella tutela dei diritti della popolazione rom, che ha condotto il giovane regista nei loro campi stimolando la sua curiosità e trasmettendogli la sua profonda conoscenza di quel mondo. L’atmosfera che si respira nel film è fatta di silenzi, di disordine, di luoghi colorati colmi di cianfrusaglie, del calore delle stufe sempre accese, contrapposti a straordinarie inquadrature del mare, delle spiagge, degli scorci della città di Cagliari.
Dopo un’attenta e precisa selezione fatta nei campi stessi, grazie alla Fondazione “Anna Ruggiu”, gli abitanti dei villaggi rom sono stati assunti in tutti i ruoli, come attori, ma anche come aiuti alla scenografia, all’organizzazione, al catering con un regolare rapporto di lavoro. Questo ha creato un intenso scambio tra le comunità rom e la troupe cinematografica in particolare con l’affascinante protagonista Alina, che si è immersa con professionalità e umiltà nella cultura del campo per diventare una di loro.
“Quel modo di vivere non strutturato e con poche certezza, è una qualità che, per come si sta evolvendo la società, dovremmo conoscere meglio tutti noi che non ne abbiamo esperienza”, commenta il regista. “Le comunità rom hanno dinamiche di spostamento e di organizzazione che sono molto poetiche hanno una sorta di non precisione che genera un disordine metodico”, prosegue Marcias, “le scenografie le hanno generate artisticamente loro stessi, io le ho fissate rispettosamente sulla pellicola”.
Peter Marcias è un regista aperto e sensibile alle differenze, assolutamente convinto che attraverso il dialogo delle varie diversità si possa allargare il nostro orizzonte spesso troppo limitato dalla visione univoca di una stessa cultura. Per questa ragione lui non è mai giudicante ma semmai attento a cogliere dibattiti che possano generare crescita.
Dei suoi film, sostanzialmente, appassionano le storie e i modi attraverso cui sono raccontate, talvolta facendo uso di inquadrature poetiche, talvolta della tecnica del cartone animato per alleviare la pesantezza dei temi trattati, talvolta servendosi del bianco e nero colorato per dare al film la sensazione di provenire da un tempo antico dove la semplicità, la delicatezza e la spontaneità erano gli ingredienti fondamentali del buon cinema. La trama della storia è meglio non raccontarla perché ogni film è un viaggio di scoperta, affidiamoci allo sguardo attento del regista e alla grande voglia di mettersi in gioco dei buoni attori che ne calcano la scena. Piace pensare che “il destino” di ognuno sia un film aperto a ogni possibile sviluppo, come piacerebbe forse anche a Peter.
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venerdì 13 settembre 2013

Un caso di Coscienza 5 , seconda puntata, domenica 15 ottobre alle ore 21,10 su Rai1

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Venerdì 13 settembre 2013, ore 20:10:10
S. Maurilio - Vergine
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Un ragazzo morto in carcere
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di Patrizia Boi
13 settembre 2013
Un ragazzo morto in carcere
Domenica prossima 15 settembre alle ore 21.10, andrà in onda la seconda puntata della nuova serie "Un caso di coscienza 5" diretta da Luigi Perelli.In questo episodio, l'avvocato Rocco Tasca (Sebastiano Somma) dovrà affrontare un caso di violenza nelle carceri presumibilmente ispirato alla vicenda giudiziaria di Stefano Cucchi, il trentunenne geometra romano deceduto il 22 ottobre 2009 durante la custodia cautelare.
La vicenda, che scatenò l'interesse dell'opinione pubblica, si è conclusa il 5 giugno 2013 con la condanna in Primo grado di quattro medici e del primario dell'ospedale Sandro Pertini per omicidio colposo, un medico per falso ideologico e l'assoluzione di sei tra infermieri e guardie penitenziarie, per non aver contribuito alla morte di Cucchi.
Al di là di ogni polemica e di ogni difesa o accusa di parte, senza giudicare chi il processo ha assolto e condannato, è interessante rilevare che il caso Cucchi fece emergere altri 26 casi simili nello stesso anno (2009) di detenuti morti in carcere senza aver accertato la causa del decesso.
Supponendo che il sistema carcerario non sia attento ai detenuti, ma non è argomento di questa nostra riflessione esprimere un giudizio sul sistema carcerario, si potrebbe cercare di comprendere quanto accaduto ricordando l'opera di Michel Foucault, Sorvegliare e punire: la nascita della prigione, edita Einaudi.
Essa espone, infatti, il contrasto tra due forme di punizione: a) il supplizio pubblico; b) la pedante programmazione giornaliera prevista per gli internati in una prigione all'inizio dello scorso secolo.
Foucault mette in luce i cambiamenti avvenuti nei sistemi penali occidentali nell'ultimo secolo ed esamina la pubblica tortura in sé, una sorta di spettacolo di "piazza teatrale" con diverse funzioni ed effetti per la società.
Le funzioni perseguite erano: a) riflettere la violenza del delitto originario sul corpo del condannato; b) porre in atto la vendetta di chi è stato leso dal crimine sul corpo del colpevole.
Secondo Foucault "la legge era considerata un'estensione del corpo del sovrano, quindi era del tutto logico che la vendetta si incarnasse nella violazione dell'integrità fisica (corpo) del condannato".
Questa punizione aveva degli effetti collaterali indesiderati: a) forniva al corpo del condannato un palcoscenico su cui ricevere simpatia ed ammirazione; b) trasformava il corpo del condannato in un luogo del conflitto tra le masse ed il sovrano.
Spesso, infatti, le esecuzioni sfociavano in tumulti in appoggio del prigioniero.
Pertanto, la pubblica esecuzione si rivelava controproducente, addirittura l'antitesi degli interessi dello Stato.
Questo condusse gradualmente al passaggio dal sistema del supplizio pubblico a quello della punizione con la prigione.
Il passaggio al sistema carcerario attuale, a partire dalla riforma del sistema penale quasi contemporaneo alla Rivoluzione francese, sul piano socio-politico, secondo Foucault, sarebbe "funzionale agli interessi della classe borghese… Vi è un diverso modo di reprimere fermamente l'illegalismo dei beni (tipico della plebe, specie nei suoi strati marginali; furti, rapine, omicidi) rispetto ad una certa tolleranza verso l'illegalismo dei diritti (tipico dello scaltro borghese; truffe, corruzioni e simili)".
Insomma sembra che la tendenza a punire il corpo del condannato, retaggio del vecchio sistema penale legato alla punizione mediante Supplizio pubblico, produrrebbe un effetto di simpatia da parte del pubblico coinvolto e servirebbe solo a suscitare polemiche sulla legalità del comportamento di chi la mette in atto.
Tale è stato l'interesse suscitato dal caso Cucchi o casi analoghi - proprio per questa forma di simpatia che sempre si genera quando un corpo viene sottoposto a punizione, reale o presunta che sia -, che anche la Rai ha voluto dedicare a questo tipo di accaduto un episodio di fantasia dove, come precisa il protagonista Sebastiano Somma:"Non puntiamo mai l'indice contro le istituzioni, anche se trattiamo crimini che avvengono dentro le istituzioni. Cerchiamo di scavare nelle motivazioni che spingono un singolo a commettere un atto criminale".
Come suggerisce, infatti, Don Miguel Ruiz nel suo libro I quattro Accordi "Parlate con integrità. Dite solo quello che pensate. Non usate le parole contro di voi o per spettegolare sugli altri. Usate il potere della parola al servizio della verità e dell'amore" non dovrebbe essere nostro compito esprimere giudizi o critiche di sorta o provare a fare processi alle intenzioni, ma semplicemente provare ad ascoltare le ragioni di tutti.
Patrizia Boi

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martedì 10 settembre 2013

Un caso di coscienza 5

Nel secondo episodio,il prossimo 15 settembre, Rai 1, ore 21.10, si affronta il tema della violenza nelle carceri.Questa puntata,ispirata al caso di Stefano Cucchi, ha suscitato non poche polemiche...
Come in ogni stagione l’avvocato Rocco Tasca sarà protagonista di storie di fantasia, che rimangono però ben ancorate alla cronaca degli ultimi anni del nostro Paese. Tra quelle affrontate in questa nuova serie vi sarà anche un caso molto simile a quello che vide coinvolto Stefano Cucchi, il giovane romano arrestato per droga nell’ottobre del 2009 e deceduto misteriosamente pochi giorni dopo il ricovero in ospedale. La notizia di un episodio con tale tematica scatenò lo scorso anno numerose polemiche, oltre che l’immediata protesta del SAPPE. Il Sindacato di Polizia Penitenziaria, nella persona del segretario generale Donato Capece, dichiarò l’intenzione di scrivere una lettera di protesta al Presidente della Rai Anna Maria Tarantola, per evitare che si facesse demagogia su un tema tanto delicato quanto la vita in carcere, forzando volutamente la realtà. Come a voler scongiurare ulteriori polemiche a riguardo, Sebastiano Somma precisa:
"Non puntiamo mai l’indice contro le istituzioni, anche se trattiamo crimini che avvengono dentro le istituzioni. Cerchiamo di scavare nelle motivazioni che spingono un singolo a commettere, un atto criminale.”




Un caso di coscienza 5, su Raiuno torna Sebastiano Somma

Torna dopo tre anni l’avvocato Rocco Tasca (Sebastiano Somma), con “Un caso di coscienza 5″, la nuova stagione del legal thriller in onda da questa sera alle 21:10 su Raiuno. Prodotto da Rai Fiction e dalla Red Film, alla regia delle sei puntate della fiction c’è Luigi Perelli.
Il protagonista, dopo la perdita della moglie Erica (Barbara Livi), ha dovuto crescere da solo la figlia Eva (Karen Ciaurro). Non si è però dimenticato del suo lavoro, sempre deciso a difendere i più deboli in cause legali dove la prepotenza di alcuni e l’inefficenza delle istituzioni potrebbe mettere in pericolo degli innocenti.
Anche in questa stagione i casi di puntata saranno ispirati alla realtà del nostro Paese: si parlerà di razzismo, di violenza nelle carceri, di adozioni internazionali e dei “nuovi poveri”, ma la trama orizzontale della fiction avrà a che fare con un tema caro alle serie tv italiane, ovvero la lotta alla mafia.
Tasca, con l’aiuto di Alice (Loredana Cannata) e Virgilio (Stephan Danailov), indagherà su un traffico illecito di rifiuto tossici, che arrivano a Trieste per mano della camorra, decisa ad espandere il controllo sul territorio. I protagonisti saranno coinvolti in questo caso dal magistrato Giulia Longo (Vittoria Belvedere), da poco tornata a Trieste e decisa a combattere la mafia sempre più presente al Nord.
Ovviamente, ci sarà spazio anche per seguire le vite private dei protagonisti: Alice sentirà il desiderio di diventare madre, e proverà a cercare l’uomo adatto a lei, finendo però col correre qualche rischio. Ad aiutarla ci sarà Rocco, che inizierà a provare qualcosa per la donna.
Forte del successo delle scorse stagioni, “Un caso di coscienza” torna con una formula rodata, che vuole ancora una volta presentare casi vicini all’attualità senza dimenticarsi della componente thriller della fiction. “Questa serie funziona perchè affronta argomenti scottanti e parla di giustizia”, ha detto la direttrice di Rai Fiction Tinny Andreatta, “quest’anno ha deciso di parlare delle infiltrazioni mafiose nel nord-est, un tema di estrema attualità”.
Lo sceneggiatore Andrea Purgatori, invece, ha apprezzato il fatto che la serie sia stata girata interamente in Italia: “in questo modo e’ possibile migliorare la qualità del prodotto”, ha detto.
La forza di “Un caso di coscienza” sta in storie forti e personaggi che ormai sono conosciuti dal pubblico, capace di appassionarsi alle vicende di Rocco e dei suoi colleghi grazie anche all’attenzione alla realtà italiana. Raiuno crede molto in questa fiction, tanto da collocarla la domenica sera, quando la rete punta sulle serie tv per avvicinare il pubblico che scappa dai posticipi.

sabato 7 settembre 2013

La Fantasia nelle scene: Osvaldo Desideri e gli altri sognatori da Oscar

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/tre-marchigiani-da-oscar_20130907074505.html#.UisCafJH7Z5

http://www.wsimagazine.com/it/authors/patrizia-boi.html


WSI
Sabato, 7 Settembre 2013

REPORT - Italy, Cultura

Tre marchigiani da Oscar

Sognatori delle scene.

Tre marchigiani da Oscar
Osvaldo Desideri
Come suggerisce la prefazione del libro Oltre le stelle di Mirko De Frassine (Ed. Youcanprint): “Nel mondo ogni giorno si incrociano i destini di mille persone…”. A me è capitato di incrociare Osvaldo Desideri, uno di quei seri professionisti della scena che per cinquant’anni hanno creato i set cinematografici di film che hanno fatto epoca.
Mi sono chiesta da dove derivasse la sua fortuna, la sua energia e quel sorriso di giovinezza che caratterizza la sua figura. Si tratta di uno degli scenografi italiani che ha conseguito il riconoscimento più ambito, l’Oscar. Oggi Osvaldo ha settantacinque anni, ma conserva la curiosità e la voglia di mettersi in gioco tipica di un ragazzino. In effetti è difficile attribuirgli un’età perché lo caratterizza una continua voglia di rinnovamento: «Ho sempre cercato, nella mia vita, di dare valore alla sincronicità degli eventi, mi sono fatto guidare dagli incontri e ho seguito quella spinta interiore che mi faceva scegliere ciò che realmente desideravo piuttosto che ciò che era bene che facessi. Mio padre voleva che io facessi un lavoro più serio, uno di quelli che ti danno certezze, ma io non c’ero tagliato. Volevo fare quello che ho realmente fatto e non stare seduto dietro ad una scrivania ad annoiarmi tutta la vita. Mi sono affidato…».

Ognuno di noi in effetti è stato creato con dei talenti che lo contraddistinguono e se li asseconda seguendo l’istinto si aprono delle porte e si giunge ad avere successo. E chi conosce i fatti sa che Osvaldo non si è annoiato mai. Ha lavorato con i più grandi registi, ha viaggiato e conosciuto le culture di tutto il mondo, ha partecipato alla costruzione delle scene di film come Morte a Venezia di Luchino Visconti, C’era una volta in America di Sergio Leone, L’Ultimo Imperatore di Bernardo Bertolucci, Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? di Billy Wilder, per citarne solo alcuni.

Ma come è arrivato a poter fare tutto questo? Sono stati gli incontri? Quali destini ha incrociato Osvaldo?

«Uno degli incontri più importanti della mia vita è stato senza dubbio quello con Ferdinando Scarfiotti, pensa un marchigiano, come me. Lui era di Potenza Picena, un piccolo Comune vicino Recanati, io sono di Fermo. E poi eravamo quasi coetanei, lui del ‘41, io del ‘39. Il nonno Lodovico è stato uno dei fondatori della Fiat, erano aristocratici e proprietari terrieri. Ferdinando era aristocratico nell’aspetto, nel cuore e nell’anima. Si comportava sempre in modo gentile ed educato, era intelligente, sensibile, capace. Aveva una creatività intensa ed era sempre disponibile al confronto e al dialogo, uno di quegli uomini con cui è una fortuna lavorare».

Quale fu la circostanza che rese favorevole questo incontro?

«Scarfiotti era stato lo scenografo di Visconti in molti spettacoli teatrali, ma a un certo punto nel ‘71 Visconti gli offrì la scenografia di Morte a Venezia. Per questo lavoro lui aveva bisogno di collaborazione e scelse me e Nedo Azzini per l’arredamento. Fu una vera fortuna incrociarlo, mi ha insegnato tanto, con i suoi modi educati, con quel suo modo di guardare sempre profondamente le cose e con la delicatezza della sua arte. Poi ognuno percorse la sua strada, lui andò in America e divenne, insieme a Luciana Arrighi, uno degli scenografi italiani più richiesti e apprezzati all' estero. Io proseguii con i miei film, incontrando interessanti registi e facendo altri film, poi, quando Bertolucci propose a Scarfiotti la scenografia de L’Ultimo Imperatore, fui chiamato anch’io insieme a Bruno Cesari. È stato molto stimolante lavorare per quel film, cimentarsi alla costruzione di scene così colossali e articolate. C’è voluto un grande impegno, un intenso lavoro di progettazione e soprattutto abbiamo trascorso quasi un anno in Cina. Alla fine il giusto riconoscimento per noi tutti è stato l’Oscar! ».

Osvaldo Desideri ha lavorato con tanti registi, il cambiamento ha caratterizzato la sua storia artistica, perché?

«Sono sempre stato uno che dice quel che pensa e che cerca di fare ciò che sente in base alla sua verità e alla passione per la scena. Quando questo non potevo più farlo, allora preferivo cambiare e fare esperienze con caratteri diversi, oltretutto la varietà mi arricchiva. È proprio per questa volontà di essere fedele a me stesso e di voler sperimentare cose nuove che ho conosciuto i più svariati registi, nelle scelte si perde qualcosa e qualcosa si guadagna, basta andare sempre avanti senza guardarsi mai indietro. La conoscenza ne guadagna senza dubbio, i percorsi si arricchiscono. Se non fossi stato aperto al continuo cambiamento, magari avrei lavorato tutta la vita con lo stesso regista, sarei stato sempre un impiegato attaccato a una poltrona, cosa che non volevo fare assolutamente».

In effetti, certe volte capita di essere più adatti a determinati film o di essere in linea con la personalità di un regista, altre volte semplicemente non si è in sintonia perché si hanno punti di vista diversi e non è colpa di nessuno, è semplicemente la realtà dei fatti.

Desideri ha lavorato anche con un altro grande scenografo italiano, certamente il più premiato di tutti, Dante Ferretti: «Con Dante ho lavorato in quattro film: Mio Dio, come sono caduta in basso! di Luigi Comencini (1974), Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini (1975), Todo modo di Elio Petri (1976) e La città delle donne di Federico Fellini (1980). Anche lui marchigiano, di Macerata, e anche lui pressoché coetaneo, del ‘43. Ferretti è un autentico genio della scenografia, mi piacciono molto le sue potenti visioni. Lui ha lavorato tanto con Pasolini, ma il suo sodalizio con Fellini ha prodotto le scenografie fantastiche e oniriche congeniali alle atmosfere felliniane. Tra di noi è quello che ha avuto il maggior successo, sette nomination all’Oscar e tre Oscar, nel 2005 - per The Aviator, di Martin Scorsese; nel 2008 - per Sweeney Todd - Il diabolico barbiere di Fleet Street di Tim Burton; nel 2012 - per Hugo Cabret, sempre di Martin Scorsese. Ci accomuna anche una moglie che collabora alla scenografia. Da vent’anni mia moglie Ewa ed io lavoriamo sempre insieme, così anche per lui sua moglie Francesca Lo Schiavo, arredatore di set, è sua abituale collaboratrice».

Eppure Osvaldo ha incrociato anche altri due uomini che sono stati importanti.

«Devo riconoscere, però, che il mio successo non è legato solo ai due grandi scenografi che ho citato, ma anche a due maestri che mi hanno guidato quando muovevo i primi passi in questo fantastico lavoro. Il primo è stato Walter Patriarca, architetto, scenografo, costumista, pittore, filosofo e soprattutto uomo eccezionale. Mi ha insegnato il mestiere negli anni ‘60 quando costruivamo i set per i film con Bud Spencer. Il secondo, ma non meno importante, Nedo Azzini, con il quale ho iniziato l’avventura chiamata Scarfiotti, che era un gran personaggio della vita pubblica, impegnato in politica e con ottime doti commerciali. Insieme, Walter e Nedo, costituivano un uomo perfetto, quello che mi ha dato tutte le strutture per andare avanti. Con Walter ci incontriamo ancora ogni tanto, Nedo, purtroppo, è scomparso qualche anno fa…».

Per dirla con il Primo Accordo di Don Miguel Ruiz, Osvaldo Desideri è stato forse “impeccabile con la parola” nel senso che ha sempre detto quello che pensava e soprattutto ha cercato di non usare la parola contro se stesso, facendo ciò che lui riteneva verità e amore.

Con la sua parola Osvaldo ha sempre cercato di avere rispetto verso i geni che gli è capitato di conoscere riuscendo a discernere tra le abilità artistiche e il carattere e si è preso la responsabilità delle scelte e dei tagli effettuati.

Del resto, sempre secondo Don Ruiz, o meglio secondo l’antica saggezza Tolteca, noi sogniamo giorno e notte, noi siamo cioè addormentati e vaghiamo nel mondo in preda al nostro sogno. Ognuno ha un sogno diverso e normalmente vogliamo difendere il nostro e non siamo disponibili ad ascoltare veramente l’altro. Questo perché fin da piccoli siamo stati addomesticati dall’educazione familiare, sociale, ecc. Noi siamo nati liberi e pieni di desideri, ma i nostri desideri sono stati ingabbiati da quell’addomesticamento che ci ha riempito la mente di credenze. Allora è bene che rispettiamo il Secondo Accordo, cioè “non prendiamo nulla in modo personale” perché niente di quello che fanno gli altri è causa nostra, semmai è una proiezione della loro realtà, del loro stesso sogno. Diventando immuni alle opinioni e alle azioni degli altri non siamo più le vittime di un'inutile sofferenza e ci guadagniamo il nostro paradiso, cioè quello stato che raggiungiamo quando siamo in linea con noi stessi.

L’aver investito sull’essere realmente se stesso e l’essersi affidato alla sincronicità degli incontri ha fatto sì che Desideri riuscisse a realizzare il suo personale Sogno. Questa storia di destini che si incrociano ci spinga tutti a osare con i nostri desideri…
Foto:
1. Locandina de L'ultimo Imperatore, di Bernardo Bertolucci
2. Locandina di Morte a Venezia, di Luchino Visconti
3. Locandina di C'era una volta in America, di Sergio Leone
4. Jack Lemmon e Juliet Mills in: Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? di Billy Wilder (1972)
5. Gian Maria Volonté in Todo modo di Elio Petri (1976)
6. Mio Dio, come sono caduta in basso! di Luigi Comencini (1974)
Pubblicato: Sabato, 7 Settembre 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

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