martedì 15 dicembre 2015

Il 16 dicembre alle ore 19,00 al cinema Trevi incontro con Ennio Morricone

XX Roma Film Festival: Omaggio a Ennio Morricone, il fascino discreto di un genio

Il 16 dicembre alle 19.00 incontro moderato da Adriano Pintaldi con Ennio Morricone.

15.12.2015 - 20.12.2015
Ennio Morricone
«È motivo di particolare orgoglio aver dedicato la XX edizione del Roma Film Festival, da me presieduto, ad un personaggio del calibro di Ennio Morricone. È anche importante aver scelto per l'assegnazione del premio alla carriera 2015, dopo i grandi registi e attori del cinema italiano, un musicista, "il musicista per eccellenza", che rappresenta in assoluto il più prolifico ed influente compositore di colonne sonore di tutti i tempi. Ennio Morricone ha scritto le musiche di 528, tra film e serie tv, oltre che opere di musica contemporanea. La sua straordinaria carriera, che include un'enorme varietà di generi compositivi, lo pone ad un livello talmente eccelso da essere considerato universalmente una leggenda vivente.
Ho voluto intitolare l'omaggio a lui Il fascino discreto di un genio perché è importante sottolineare l'approccio che si ha con Ennio, un signore gentile, dai modi pacati, dotato per il suo naturale dna di una reale modestia, che, a volte, è anche disarmante se si pensa all'immensità della sua musica.
Il Maestro Morricone ha ricevuto un'enorme quantità di premi italiani come i Nastri d'argento, i David di Donatello, il Leone d'oro a Venezia e i più alti riconoscimenti internazionali. Il più importante, il Premio Oscar, assegnatogli alla carriera nel 2007, gli viene consegnato da Clint Eastwood con una enorme standing ovation da parte di tutti i membri dell'Academy. Ennio ha atteso con pazienza molti anni questo meritato momento, perché per ben cinque volte aveva ricevuto la nomination all'Oscar senza mai aggiudicarselo. In particolare, nel 1987 sembrava potesse ricevere la statuetta per Mission, ma anche quell'anno non ci fu nulla da fare e premiarono Herbie Hancock con Round Midnight.
Oggi il Maestro è sereno, ha appena ultimato altre due tappe importanti della sua incredibile carriera. Ha finito di registrare la colonna sonora de La corrispondenza, l'ultimo film di Giuseppe Tornatore, con cui ha creato un vero e proprio sodalizio fin dai tempi di Nuovo cinema Paradiso, in uscita nel 2016. Poi l'ultimo western di Quentin Tarantino, che lo ha convinto a scrivere la colonna sonora del suo film The Hateful Eight, in uscita a Natale. Tarantino non nasconde la sua personale vittoria su Morricone per averlo convinto a scrivere la musica per il suo film: "La colonna sonora del mio ultimo film, composta dal grande Maestro Ennio Morricone, segna il suo felice ritorno al genere western dopo 40 anni".
L'omaggio a Morricone comprende la proiezione di uno speciale documentario, da me curato, che sarà proiettato nell'ambito di una serata d'onore co-organizzata con il Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale presso la Sala Blasetti l'11 dicembre. A seguire, fino al 20 dicembre, la Cineteca Nazionale e il Roma Film Festival presenteranno al Cinema Trevi una importante retrospettiva di film italiani e stranieri che recano la firma di Morricone.
Vorrei chiudere questo mio breve intervento con un affettuoso ringraziamento all'amico Ennio, che in tutti questi anni ci ha fatto sognare, ci ha trasportato in un'atmosfera magica con le sue note meravigliose.
Il Roma Film Festival è organizzato in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale e promosso dalla Direzione Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali» (Adriano Pintaldi).
 
martedì 15
ore 17.00 I basilischi di Lina Wertmüller (1963, 82')
«I basilischi sono dei vitelloni in chiave meridionale: figli in genere di gente abbastanza agiata, studiano tutti per avere una laurea, ma, confinati come sono nella loro modesta cittadina rurale, non si fanno grandi illusioni per l'avvenire; passano il loro tempo in strada, cercando di abbondare qualcuna delle difficili ragazze del luogo, oppure vanno ad oziare in una specie di circolo culturale che, come vero scopo, ha soprattutto quello di distinguere i suoi soci dal resto dei loro concittadini, favorendo fino all'esasperazione il senso delle differenze di abitudini e di classe» (Rondi). «Io e Tullio Kezich, che era lì per scrivere un libro sulla lavorazione di Salvatore Giuliano, ci sistemammo nella buca dov'era piazzata la quinta macchina. [...] Mentre si aspettava che cominciasse la scena, raccontai a Tullio come mi avessero impressionato i miei cugini e la vita di Palazzo San Gervasio, quel paese del profondo Sud, al confine tra Puglia e Basilicata. E gli descrissi quelle terre aspre e antiche e la vita che nei paesi si conduceva. Tullio mi disse: "Perché non scrivi questa storia? Se ne potrebbe fare un film insolito sul Sud, che mostri la vita dei paesi fuori dalle normali rotte di chi viaggia in Italia, e questo loro profondo oblomovismo". "La scrivo", dissi subito io. E a Roma la scrissi» (Wertmüller).
 
ore 19.00 Per un pugno di dollari di Sergio Leone (1964, 97')
Pistolero solitario, Joe arriva a San Miguel, cittadina al confine tra Stati Uniti e Messico divisa dalla lotta per il monopolio di due famiglie, i Rojo e i Baxter, che commerciano rispettivamente in alcol e in armi. Fingendo di vendersi ai primi, Joe fa in realtà il doppio gioco con lo scopo di mettere gli uni contro gli altri e trarre profitto dalla reciproca eliminazione delle forze antagoniste. Straordinario successo al botteghino, Per un pugno di dollari inaugura la fruttuosa stagione del cosiddetto "spaghetti western" e costituisce la prima astutissima mossa di quella "trilogia del dollaro" che, insieme a Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo, consegnerà il cinema di Sergio Leone alla storia del cinema. Da un soggetto fortemente ispirato a La sfida dei samurai di Akira Kurosawa, che fece causa e fu risarcito con i diritti esclusivi di distribuzione in Estremo Oriente, Leone mette a punto, di fatto, un nuovo linguaggio in cui la fanno da padrone nichilismo e pessimismo, raggelante ironia e una generale brutalità a livello visivo, ritmico, recitativo.
 
ore 21.00 La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo (1966, 121')
«Nell'ottobre 1957, mentre i paracadutisti del colonnello Mathieu rastrellano la Casbah, Ali La Pointe, uno dei capi della guerriglia algerina, rievoca il passato, l'organizzazione dell'FLN (Fronte di Liberazione Nazionale), gli attentati, gli scioperi, le delazioni. […] Sobria rievocazione di taglio documentaristico sulla base di una solida sceneggiatura di Franco Solinas che, con forte coralità e qualche dilatazione nelle fasi degli attentati, mostra una guerra di popolo, spiegando anche le ragioni del "nemico", i francesi. Leone d'oro a Venezia, […] splendido bianconero scope di Marcello Gatti» (Morandini).
 
mercoledì 16
ore 17.00 Diabolik di Maria Bava (1968, 102')
Trasposizione cinematografica del celebre fumetto delle sorelle Giussani. L'ispettore Ginko dà la caccia a Diabolik che, con l'aiuto di Eva Kant, ha rubato dieci milioni di dollari. Bava non ne aveva un grande ricordo (anche perché i tempi di lavorazioni, particolarmente lunghi, erano inusuali per lui): «Per Diabolik avevo a disposizione pochissimi mezzi, l'ho finito con circa duecento milioni di spesa, un'inezia. Si figuri che ho dovuto arrangiarmi a inventare tutto con i trucchi perché la produzione non mi forniva niente, ma proprio niente. Ha visto la capanna di Diabolik in campagna, il suo rifugio, il laboratorio, l'autorimessa...? Le giuro, erano tutti modellini, fotografie che io ritagliavo al momento, improvvisando per rimediare allo squallore della scena e incollavo su un vetro davanti alla macchina da presa». Invece Dino De Laurentiis, che produsse il film, serba un grande ricordo del regista: «Diabolik era uno di quei film che senza gli effetti speciali non si sarebbe potuto realizzare. All'epoca non c'era la tecnologia che c'è oggi, per esempio la computer animation, che ci consente di fare quasi tutto. All'epoca era necessario usare la fantasia e scelsi Mario Bava perché aveva quest'eccezionale capacità nel realizzare gli effetti speciali. Era un grande professionista e riusciva a risolvere problemi complessi in chiave tecnica con un'agilità eccezionale».
 
ore 19.00 Incontro moderato da Adriano Pintaldi con Ennio Morricone
 
a seguire Omaggio a Ennio Morricone - Il fascino discreto di un genio di Adriano Pintaldi (2015, 40')
Il documentario ripercorre, attraverso alcune clip tratte dai film più famosi per i quali Morricone ha scritto le sue indimenticabili colonne sonore, la straordinaria carriera del Maestro, entrato a far parte della storia del cinema di tutti i tempi.
Personaggi icone del nostro cinema come Gian Maria Volontè e Claudia Cardinale si alternano a star internazionali come Clint Eastwood, Sean Connery e Jack Nicholson, Robert De Niro; autori come Sergio Leone, Elio Petri, Pier Paolo Pasolini, Francesco Rosi, Giuseppe Torantore si fondono con Brian De Palma, Roman Polanski, Mike Nichols, Roland Joffé, in un caleidoscopio di meravigliose immagini entrate a far parte del nostro immaginario collettivo. Il documentario si chiude sulla leggendaria consegna dell'Oscar alla carriera a Ennio Morricone da parte di Clint Eastwood con la standing ovation di tutti i membri dell'Academy. Prima dei titoli di coda, con il titolo Caro Ennio, scorrono una serie di quotes di alcuni dei personaggi più importanti che hanno lavorato con il Maestro: Lina Wertmuller, Franco Zeffirelli, Quentin Tarantino, Giuseppe Tornatore, Carlo Verdone.
 
ore 21.00 L'uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento (1970, 96')
«Sam, scrittore americano venuto a Roma in cerca d'ispirazione, vi trova invece una spaventosa avventura. Poche sere prima della data fissata per il ritorno in patria con la sua ragazza, Movita, gli accade di essere testimone di un tentato assassinio. Chiuso tra le porte di vetro di una galleria d'arte, egli vede una bella donna colluttare con un individuo tutto vestito di nero, che poi fugge, lasciando la donna accoltellata al suolo. Qualcosa, in tale visione, non quadra. Ma che cosa?» (Biraghi). «Tutto lo sforzo del protagonista sarà quello di ricostruire, retrospettivamente, una scena cui ha assistito un'unica volta: la memoria, purtroppo, non è una moviola, e Argento ne mima l'impotenza continuando a mostrarci porzioni della sequenza senza mai svelarcene l'elemento decisivo, il tratto distintivo dove risiede la chiave dell'enigma» (Pugliese).
 
giovedì 17
ore 16.30 Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo (1971, 125')
La storia di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due immigrati italiani accusati di rapina a mano armata e omicidio e condannati alla pena di morte, malgrado l'assenza di prove a loro carico. Premio per la migliore interpretazione a Riccardo Cucciolla al Festival di Cannes. Le canzoni La ballata di Sacco e Vanzetti e Here's to You sono eseguite da Joan Baez. «Esaminando i documenti del processo, io e Fabrizio Onofri, lo sceneggiatore, fummo colpiti dalla ferocia con cui Sacco e Vanzetti furono giudicati, dall'accanimento giudiziario nei loro confronti in quanto italiani e in quanto anarchici. Fu un processo politico, razzista e xenofobo. Tanto è vero che il titolo di lavorazione del film era Intolerance 1921. Poi pensammo di non disturbare il grande padre Griffith…» (Montaldo).
 
ore 18.45 La luna di Bernardo Bertolucci (1979, 142')
Il figlio di un soprano di successo vive una profonda crisi adolescenziale, con conseguente uso di droghe, che l'amore della madre, spinto agli eccessi, non può a colmare. Film chiave nella filmografia di Bertolucci che fa i conti definitivamente con la figura paterna. «Il primo ricordo di mia madre - avevo sui due anni - riguarda me seduto dentro un cestino sulla sua bicicletta e la guardo. […] E improvvisamente vidi la luna nel cielo della sera. E c'era una confusione nella mia mente fra l'immagine della luna e quella del volto di mia madre» (Bertolucci). «Un lieto fine? Può sembrarlo. Un finale da melodramma? Certamente. Non fate caso all'ira degli imbecilli che a Venezia è salita al cielo cercando di sommergere La Luna. È un finale da canto spiegato, come un'onda alta di emozione. Colma un film cui si può rimproverare, forse, un incompleto controllo della materia narrativa. Come in altri film di Bertolucci, è un difetto per eccesso di generosità, fatto di sconfinamenti, fratture, liriche accensioni, sperperi romantici, rimandi simbolici troppo ostentati. Perché dovremmo preferirgli le piccole virtù di tanti altri registi?» (Morandini).
 
ore 21.15 Un sacco bello di Carlo Verdone (1980, 96')
«Enzo - jeans attillati, camicia aperta sul petto, ciondolo al collo, passione per la musica, protagonista di mirabolanti avventure erotiche e infine proprietario di una rombante auto sportiva - cerca compagnia per un viaggio-lampo da Roma a Cracovia. La trova, ma il malcapitato gli si ammala in viaggio. Enzo lo accompagna all'ospedale, poi s'attacca al telefono per trovargli un sostituto: si dovrà accontentare di un ometto avanti negli anni. Ruggero - che ha lasciato casa e famiglia per fondare una comunità hippie - incappa, dopo due anni, nel padre, che lo convince a un breve ritorno tra le pareti domestiche. Gli tocca, così, sorbirsi le attenzioni di un prete, di un professore e di un amico d'infanzia, mobilitati dal padre per aiutarlo a far tornare il figlio a una vita normale. Leo, succube di una madre che veglia sulle sue amicizie, incontra una bella ragazza spagnola, Marisol, in crisi sentimentale. Potrebbe essere la prima avventura del giovanotto, ma l'imprevisto ritorno del ragazzo di Marisol distrugge le illusioni di Leo» (www.cinematografo.it).
«Questo giovanotto col volto quadrato e gli occhi che ogni tanto si rovesciano all'interno in cerca di segrete visioni; questo attore dalla voce nasale e intermittente che ripete con felicità i luoghi comuni; questo Carlo Verdone, scoperto e lanciato in fretta, è un talento umoristico che dà frutti ancora piccoli, ma gustosi. Crescerà; la sua fortuna naturale è di essere una maschera italiana aggiornata con garbo ai tempi. Verdone ha raccolto alcuni caratteri romani con la cura rispettosa dell'entomologo, del cacciatore di farfalle, non ha alterato i suoi modelli, qualche volta ne è stato complice: la comicità, la risata nascono dalla ripetizione del tic, dall'imperturbabilità dei difetti» (Reggiani).
 
venerdì 18
ore 17.00 C'era una volta in America di Sergio Leone (1984, 226')
«Dal romanzo Mano armata (The Hoods, 1983) di Harry Grey (David Aaronson). All'origine dell'ultimo film di Leone (1929-89) c'è il tempo con la sua vertigine. Come struttura narrativa, è un labirinto alla Borges, un giardino dai sentieri incrociati, una nuova confutazione del tempo. La sua vicenda abbraccia un arco di quasi mezzo secolo, diviso in 3 momenti: 1922-23, quando i protagonisti sono ragazzini, angeli dalla faccia sporca alla dura scuola della strada nel Lower East Side di New York; 1932-33, quando sono diventati una banda di giovani gangster; 1968, quando Noodles (R. De Niro), come emergendo dalla nebbia del passato, ritorna a New York alla ricerca del tempo perduto. Se il 1922 e il 1932 sono flashback rispetto al 1968, il 1968 è un flashforward rispetto al 1933: il Noodles anziano è una proiezione di quel che Noodles, allucinato dall'oppio, ha sognato nella fumeria. Il presente non esiste: è una sfilata di fantasmi nello spazio incantato della memoria. Alle sconnessioni temporali corrispondono le dilatazioni dello spazio: con sapienti incastri tra esterni autentici ed esterni ricostruiti in teatro, Leone accompagna lo spettatore in un viaggio attraverso l'America metropolitana (e la storia del cinema su quell'America) che è reale e favoloso, archeologico e rituale. Sono spazi dilatati e trasfigurati dalla cinepresa; spazi anche sonori e musicali, riempiti dalla musica di E. Morricone e da motivi famosi: Amapola, Summertime, Night and Day, Yesterday. È un film di morte, iniquità, violenza, piombo, sangue, paura, amicizia virile, tradimenti. E di sesso. In questa fiaba di maschi violenti le donne sono maltrattate; la pulsione sessuale è legata all'analità, alla golosità, alla morte, soprattutto alla violenza. È l'America vista come un mondo di bambini. Piccolo gangster senza gloria, Noodles diventa vero protagonista nell'epilogo quando si rifiuta di uccidere l'ex amico Max. Soltanto allora, ormai vecchio, è diventato uomo. Il produttore Arnon Milchan rimontò e ridusse il film a 2 ore per la versione da distribuire negli USA e fece fiasco» (Morandini).
 
ore 21.00 Mission di Roland Joffé (1986, 124')
«Nel 1750 il capitano Mendoza, mercenario e mercante di schiavi, dopo aver ucciso il fratello in duello si fa gesuita, va in una missione del Sudamerica, riprende la spada per difenderla da una spedizione militare. Cinema spettacolare ad alto livello che ha tutte le carte per piacere a pubblico e critica: nobili temi e forti conflitti drammatici, una star (De Niro), un ottimo attore (Irons), bravi caratteristi, musiche di Ennio Morricone. Scritto da Robert Bolt, prodotto dall'italiano Fernando Ghia, costato 22 milioni di dollari» (Morandini).
 
sabato 19
ore 17.00 Gli intoccabili di Brian De Palma (1987, 120')
Per riuscire a portare in tribunale Al Capone (Robert De Niro), che spadroneggia durante gli anni del proibizionismo, l'agente del Tesoro Elliot Ness (Kevin Costner) riunisce a sé un gruppo di "Intoccabili" incorruttibili: il vecchio poliziotto irlandese Malone (Sean Connery), il timido contabile Wallace (Charles Martin Smith), il caricatissimo italoamericano Giuseppe Petri alias George Stone (Andy Garcia). Il gangster-movie secondo Brian De Palma, dalle memorie del vero Ness dialogate con arguzia dal commediografo David Mamet: un trionfo di sequenze di cinema da antologia, che culmina nella battaglia a orologeria finale alla stazione con tanto di strizzata d'occhio alla Corazzata Potemkin di Ejzenstein. Un oggetto fuori dal tempo, e dall'estetica dei polizieschi/noir degli anni Ottanta: griffato (gli abiti del quartetto sono di Giorgio Armani, e si vede), stilizzato (impeccabili le musiche autoreferenziali di Ennio Morricone, candidate all'Oscar), citazionista. A neanche un decennio da Toro scatenato, De Niro ingrassò di nuovo a dismisura, stavolta per interpretare il famoso gangster. Ma se la sua interpretazione è l'apice di gigioneria di una carriera e alcune delle sue memorabili battute sono diventate proverbiali, a vincere il suo primo e unico Oscar (e un Golden Globe), a 57 anni suonati, fu il gigantesco, umanissimo Sean Connery.
 
ore 19.00 Légami! di Pedro Almodovar (1990, 92')
«Dopo essere stato dimesso dal manicomio, solo al mondo, con un'infanzia triste e un'adolescenza tormentata alle spalle, Ricky piomba sul set di un film del terrore dove la protagonista, Marina, sta girando la scena finale sotto gli occhi ammirati del regista, Massimo, settantenne paralizzato, da sempre innamorato di lei. Ad osservare la scena c'è tutta la troupe e Lola, sorella di Marina, abile donna d'affari. Ricky cerca di avvicinare Marina ma non vi riesce ed allora la segue a casa e con la forza entra nell'appartamento. Il giovane inizia a picchiare la ragazza, che vorrebbe chiedere aiuto, la immobilizza e le spiega che la ama da tempo e vuole che lei lo ricambi, impari a volergli bene, si decida a sposarlo e a dargli dei figli. Marina è sconvolta, quell'uomo la terrorizza e la intenerisce nello stesso tempo. Lui, per farle piacere, le procura della droga portandola da Berta, una dottoressa senza scrupoli, affrontando anche la violenza di alcuni spacciatori e le insolenze di una cinica farmacista. Pian piano Marina, nonostante il sequestro e le minacce da parte di Ricky, incomincia a provare per lui attrazione» (www.cinematografo.it).
 
ore 21.00 Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore (1988, 157')
«Due anni dopo la fine della II Guerra Mondiale a Ciancaldo, un paese siciliano, il cinema è l'unico divertimento. Davanti a una platea chiassosa, ma anche emotiva, il "parroco-gestore" fa passare sullo schermo celebri film americani e italiani, dopo adeguati tagli di cui si occupa l'anziano Alfredo, il proiezionista, che inizia ai misteri della macchina da proiezione Salvatore, un ragazzino di dieci anni figlio di un disperso in Russia e fanatico frequentatore del cinema. Quando la cabina si incendia perché Alfredo ha voluto proiettare anche in piazza un film comico, Salvatore, dopo aver salvato Alfredo, che per le ustioni al volto rimarrà cieco, prende il suo posto nel rinnovato Cinema Paradiso. Ormai adolescente si innamora di Elena, una ragazza benestante. Chiamato alle armi dopo aver chiesto invano un appuntamento a Elena per salutarla prima di partire, non riceverà nemmeno risposta alle numerose lettere che le invia, regolarmente respinte in caserma. Dopo il servizio militare Salvatore non torna più a Ciancaldo poiché Alfredo gli ha detto che il suo avvenire è altrove e dal paese molti sono emigrati in Germania per lavorare. Passano trent'anni» (www.cinematografo.it). «Le pagine migliori, anche se spesso le vicende private del protagonista hanno una certa intensità, sono quasi tutte quelle che ci rappresentano, attraverso quarant'anni, i comportamenti degli spettatori al cinema: seguendo le mode, i grandi attori di Hollywood e i vari "generi" italiani, qua e là con accenti ripetitivi, di solito però con una grande vivacità e un colore che, pur con toni di commedia spinti non di rado fino alla farsa, arrivano davvero a proporci uno spaccato di vita nelle sale di provincia italiane prima dell'arrivo della tv: con personaggi godibili anche quando si sfiora la macchietta, con giochi, scherzi e motteggi sempre sorretti, comunque, da sentimenti caldi e sinceri, ed anche, per ragioni, insisto, probabilmente autobiografiche, con uno spirito di osservazione della realtà molto attento e vivace, perfino quando si prediligono soltanto le burle» (Rondi). Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes e Oscar per il miglior film straniero.
 
domenica 20
ore17.00 Dimenticare Palermo di Francesco Rosi (1990, 105')
Carmine Bonavia, giovane uomo politico di successo, candidato alle elezioni per il posto di sindaco di New York, è un italo-americano, figlio di un contadino emigrato negli Stati Uniti e arricchitosi con un ristorante. Egli, che non ha rapporti né legami con la terra di suo padre, parte in viaggio di nozze con la bella moglie giornalista: va a Palermo. Trova una città che pare divorata dalla lebbra. «Un film bello, e importante. Francesco Rosi torna a raccontare (ispirandosi molto vagamente al romanzo di Edmondo Charles-Roux) il Sud italiano tragico, come nei momenti più alti del suo lavoro di regista, da Salvatore Giuliano in poi. Torna a impegnarsi politicamente con un'opera su un dramma sociale non soltanto italiano, la droga» (Tornabuoni).
 
ore 19.00 Wolf - La belva è fuori di Mike Nichols (1994, 124')
«Investendo di notte, in campagna, un lupo, Will Randall, redattore della casa editrice MacLeish, viene morso. L'indomani si vede soppiantato dal collega Stewart Swinton: a lui il direttore Raymond Alden affida, durante un party creato ad hoc, il mercato dell'est europeo. Frattanto Will scopre di spaventare i cavalli e sentendosi male viene soccorso dalla bella Laura, figlia di Alden. Il recupero della vista, l'olfatto acutissimo, il vigore sessuale non lo consolano dalla scoperta che Stewart è l'amante di sua moglie Charlotte. Ritiratosi in albergo, Randall escogita una manovra ricattatoria contro Alden, minacciando di togliergli una parte degli scrittori per erigere una nuova casa editrice: Alden cede al ricatto e lo reintegra. Invitato a cena da Laura, Will con la luna piena ha un attacco di licantropia ed abbatte un cerbiatto nel parco della villa... cosa gli sta succedendo? E come fare a controllare questa mutazione che di certo non gli renderà la vita semplice?» (www.cinematografo.it).
 
21.15 Sostiene Pereira di Roberto Faenza (1995, 104')
«A Lisbona nel 1938, finito, dopo trent'anni di cronaca, a dirigere la pagina letteraria del quotidiano "Lisboa", il dottor Pereira, colpito da un articolo del giovane saggista Monteiro Rossi sulla morte, lo contatta per ingaggiarlo come praticante per il giornale. Conosce così anche Marta la sua ragazza, ostile al regime. Il primo scritto, su D'Annunzio, lo sconcerta per la violenza critica nei confronti del poeta, ed egli consiglia al giovane, che ottiene un anticipo in denaro, prudenza e moderazione. Incline a tenersi fuori da questioni politiche, Pereira va in cura alle terme dove incontra il direttore del giornale che lo rimprovera per un racconto di Daudet che termina con le parole: "viva la Francia". Al ritorno trova che l'invadente portiera, moglie di un poliziotto e informatrice del regime, ha un centralino a sua disposizione. Frattanto Marta cerca ancora di indurlo a scrivere contro il regime, ma lui non vuole guai. Tornato alle terme, fa amicizia col dottor Cardoso, che lo introduce ai metodi psicoanalitici ed alla teoria della "confederazione delle anime"» (www.cinematografo.it). «In un contesto di attori manierati (fa eccezione l'estroso Daniel Auteuil come medico psicologo), Marcello Mastroianni trova l'ispirazione, il tono e la grazia per darci una delle più travolgenti e autobiografiche interpretazioni della sua lunga carriera. Marcello fa crescere a vista sotto i nostri occhi l'antieroe borghese e lo trasforma un passo alla volta in un vero eroe, un uomo che ha ritrovato se stesso e perfino un modello da imitare» (Kezich).

 

giovedì 10 dicembre 2015

AL LIMITE DEL MITO: I SHARDANA

di Patrizia Boi
Il Gremio dei Sardi di Roma ha organizzato Sabato 5 dicembre 2015 presso la Sala Italia al  Palazzo Unar, in collaborazione con l’AIDE Associazione Italiani d’Egitto un incontro/dibattito con l’archeologo-sociologo Francesco Licheri sul tema“I Shardana nell’epoca Ramesside – Indicazioni storiche ed archeologiche”.L’incontro è stato preceduto da una brevissima proiezione di una intensa e coivolgente sintesi del dramma musicale in tre Atti “I Shardana – Gli uomini dei nuraghi” scritto dal Maestro Ennio Porrino e rappresentato per la prima volta al San Carlo di Napoli il 21 marzo 1959.
Il Presidente dell’AIDE, racconta che gli italiani che vivevano pacificamente in Egitto, nel 1956,  hanno dovuto lasciare il paese che era terra loro e degli avi. Per il desiderio di migliorare la propria vita e il loro avvenire avevano trovato, infatti, in quelle sponde del Mediterraneo la loro fortuna e proprio in questa avventura si potrebbe individuare il legame con il popolo de I Shardana, guerrieri estremamente capaci tanto che le loro gesta sono state immortalate nel Tempio di Karnak. NellaGrande iscrizione di Karnak, infatti, il faraone egizioMerenptahparla di “nazioni(o popoli)stranieri del mare“.
La questione de I Shardana è stata così dibattuta dagli esperti del settore che si è prestata alle più disparate interpretazioni spesso in contraddizione tra di loro. Cionondimeno l’argomento ha suscitato un grande interesse dando luogo a opere della fantasia che hanno espresso ipotesi favorevolmente accolte dall’immaginario collettivo, forse ancor più vere nel cuore della gente dei ragionevoli dibattiti degli studiosi.
L’incontro dopo una breve introduzione del presidente Masia, che ha salutato la presenza in sala della vedova del Maestro Porrino, Malgari Onnis autrice dei disegni e dei bozzetti dell’opera,  ha avuto inizio a cominciare dal citato dramma di Porrino che costituisce sicuramente una delle opere liriche più affascinanti del Novecento, tanto che uno dei maggiori esperti di etnomusicologia e letteratura popolare sarda, Felix Karlinger, la definì senza mezzi termini: «La più grande opera lirica composta in Italia in questo dopoguerra».
Porrino era nato a Cagliari nel 1910, si era affermato negli anni del fascismo, ma dopo la fine della guerra fu epurato e costretto ad accettare incarichi minori. Il maestro si è subito occupato di una accurata rielaborazione della musica popolare sarda con la sinfonia “Sardegna” (1932-1933), poi ha composto nel 1959, come detto,“I Shardana”,rappresentata al San Carlo di Napoli con ottimo successo, e, dopo un lungo silenzio,  al Teatro Lirico di Cagliari nel 2013, quest’opera che descrive una civiltà arcaica fiorita nell’Età del Bronzo sull’Isola al centro del Mediterraneo, tra riti d’iniziazione alla vita militare e battaglie per mare e per terra a difesa delle coste contro le invasioni nemiche, in uno scenario di rude bellezza dominato dalle architetture megalitiche.
È vivo in Porrino il mito delle genti dei nuraghi e la sua passione per questo tema si innalza in momenti cruciali del dramma come, ad esempio, nel cosiddetto Inno dell’isola e nella danza nuragica del primo atto o nella disperazione di Nibatta, l’archetipo della mater dolorosa, nel terzo atto, quando piange la morte del figlio Torbeno, un lamento funebre tipicamente sardo (un attittidu) cantato, però, in italiano.Lo strazio di questa madre e il dolore del padre Gonnario, culminano nel compianto delle Voci dell’Universo; poi nel finale ritorna l’armonia, l’antico regno lascia il posto al nuovo, sotto la guida salda di Norace e torna a risuonare, come all’inizio, la voce di Perdu, il pastore-guerriero che canta la Sardegna, la sua bellezza e la sua storia, il valore delle sue genti. Si tratta di una Sardegna proiettata in una preistoria mitica, tra torri di pietra e volti imperscutabili dei bronzetti, tra immagini di guerrieri e musici, re e sacerdoti, nell’incalzare dei canti e delle danze militari e nella melodia suadente e volutamente “popolare” del canto dei pastori, dove non manca la passione di due amanti in un abbandono in cui si fondono irrimediabilmente eros e thanatos.
Masia ha comunicato di aver scritto di recente all’Opera di Roma affinchè esamini la possibilità di mettere in scena “I Shardana”. Un sogno, un desiderio…da coltivare!
L’immagine de “I Shardana” ha ispirato questa e altre opere, come i romanzi storici di Leonardo Melis“I Shardana- I popoli del mare” e “I Shardana – I principi di Dan”.
Quale sia la verità su “I Shardana” è un mistero, visto che la questione è ancora incerta.
Nel corso dei decenni sono state proposte varie ipotesi, fra queste due sono quelle più ricorrenti:
I Shardana provenivano dal mediterraneo occidentale e sarebbero identificabili con lepopolazioni nuragiche della Sardegna.
I Shardana provenienti dal mediterraneo orientale, si insediarono in Sardegna a seguito della tentata invasione dell’Egitto.
Nel corso dell’incontro l’archeologo-sociologo Francesco Licheri si è occupato, come previsto,  di questo tema, attraverso un racconto dettagliato e documentato dalle fonti, sposando senza dubbio la prima ipotesi e partendo dalla considerazione fondamentale che il periodo in cui si riscontrano nel mediterraneo I Shardana coincide con quello in cui in Sardegna vivevano i popoli nuragici.
Una delle teorie più accreditate, quindi, è che “I Shardana (o Sherden)” fossero una delle popolazioni, citate dalle fonti egizie del II millennio a.C., facenti parte della coalizione dei popoli del mare; la loro presumibile identificazione con gli antichi Sardi è, al momento, oggetto di dibattito archeologico.
Nella corrispondenze occorsa fra Rib-Hadda di Biblo e il Faraone Akhenaton, “Lettere di Amarna”, databili al 1350 a.C. circa, si trova la menzione più antica del popolo Šrdn/Srdn-w, detto Shardana oSherden, descritto come un popolo di pirati e mercenari, pronti ad offrire i loro servizi ai signori locali.
Nel 1278 a.C.Ramses II sconfisse I Shardana che avevano tentato di saccheggiare le coste egiziane assieme ai Lukka (L’kkw, forse identificabili in seguito con i Lici) e i Shekelesh (Šqrsšw), in uno scontro navale lungo le coste del Mediterraneo (nei pressi del Delta Egiziano). Il Faraone, ammirandone la destrezza ed abilità nel combattere, volle successivamente arruolarli nella sua guardia personale.
Le loro continue incursioni e il pericolo costante che la loro presenza comportava per le coste egizie, sono descritti in un’iscrizione di Ramses II incisa in una stele ritrovata a Tanis: «I ribelli Shardana che nessuno ha mai saputo come combattere, arrivarono dal centro del mare navigando arditamente con le loro navi da guerra, nessuno è mai riuscito a resistergli».
I Shardana sono poi citati nell’iscrizionedi Qadesh, che riporta una cronaca della battaglia omonima tra Egizi ed Ittiti, dove si legge che ben 520 Shardana furono impegnati nella difesa del Faraone. I Shardana facenti parte della guardia reale sono rappresentati con il tipico elmo cornuto, con uno scudo tondo e con la spada. È curioso ricordare che, insieme a I Shardana, Ramses utilizzava un leone addomesticato, raffigurato anche nelle pareti dei templi di Abu Simbel, come guardia personale.
Molti anni dopo, una seconda ondata di “Popoli del mare”, e tra essi anche I Shardana, venne respinta dal figlio di Ramses IIMerenptah. In seguito Ramses IIIfu impegnato in un’importante battaglia con gli stessi raffigurata presso il tempio di Medinet Habu a Tebe. In quell’occasione I Shardana sconfitti, catturati, furono arruolati nell’esercito del Faraone.
Nel papiro Harris è scritto, infatti: «I Shardana e i Wešeš del mare fu come se non esistessero, catturati tutti insieme e condotti prigionieri in Egitto, come la sabbia della spiaggia. Io li ho insediati in fortezze, legati al mio nome. Le loro classi militari erano numerose come centinaia di migliaia. Io ho assegnato a tutti loro razioni con vestiario e provvigioni dai magazzini e dai granai per ogni anno».
Queste unitamente a tante altre indicazioni da parte dell’archeologo Francesco Licheri che nello sviluppo delle sue argomentazioni ha fatto riferimento ad immagini che venivano proiettate sullo schermo e che riguardavano, stele, bassorilievi, bronzetti nuragici, navicelle, tavolette, papiri, cartine geografiche ecc.
A conclusione della presentazione e conferenza ed  anche del  vivace  dibattito sviluppatosi, si può affermare che l’ipotesi Shardana=Nuragici sia più che una ipotesi, più che un mito, più che  un sogno,  sia una realtà che, seppurein attesa di verifica definitiva da parte degli studiosi ed addetti al settore,  va a coincidere con la suggestione suggeritaci da Ennio Porrino.
E per quanto mi riguardami piace continuare, da sarda non archeologa ma semplicemente scrittrice ed innamorata della mia Terra,  su questo affascinante tema dal valore fortemente identitario riferendo i punti di vista di altri scrittori e ricercatori tutti abbastanza coincidenti con la sovrapposizione fra Shardana e Sardi Nuragici.
Il ricercatore Leonardo Melis ha teorizzato che I Shardana fossero una popolazione mesopotamica, proveniente da Ur, che si insediò in Sardegna nel III millennio a.C. Secondo Melis lo “ziggurat” di Monte d’Accoddi (SS) sarebbe una prova della presenza Shardana-mesopotamica nell’isola.
Un’altra ipotesi che lega I Shardana e la Sardegna è quella proposta da Alberto Areddu che li descrive come una popolazione di navigatori sardo-illirica. Altri elementi che vengono citati dai vari autori a favore dell’ipotesi sarda sono: la provenienza isolana de I Shardana , descritti come“il popolo delle isole che stanno in mezzo al grande verde”, la famosa iscrizione in lingua fenicia “SHRDN” incisa sulla stele di Nora e il rinvenimento di reperti nuragici quali ceramiche, utensili e lingotti nell’Egeo. La navigazione dei Sardi verso quell’area del mediterraneo è testimoniata inoltre dal mito di Talos, un gigantesco automa di bronzo invulnerabile, la cui statua vivente fu creata da Efesto perZeus,incaricato da Minosse di sorvegliare l’isola, mettendo in fuga gli stranieri (e in particolare ai Sardi) che tentavano di raggiungere Creta.
Altri studiosi considerano I Shardana come una popolazione anatolica originaria della città di Sardi.
Recentemente l’archeologo sardo, Giovanni Ugas, direttore dei lavori di scavo della Tomba dei guerrieri di Decimoputzu (CA), ha rinvenuto 13 spade in rame arsenicale a lama triangolare, analoghe a quelle raffigurate nei bassorilievi egizi, datate al 1600 a.C. circa, cioè a un’epoca precedente all’apparizione deI Shardana in oriente.
Ugas ha inoltre collaborato con l’archeologo Adam Zertal il quale sostiene che il sito israeliano di El-Ahwat, che presenterebbe alcuni parallelismi con i nuraghi, sia stato edificato dai Sardi.
Un altro apparente esempio di architettura nuragica al di fuori della Sardegna, secondo Ugas ricollegabile a I Shardana,  sarebbe il pozzo sacro di Gârlo scoperto nei pressi di Sofia (anticamente Sardica) in Bulgaria.
In base a questi ritrovamenti, Ugas si è fatto propugnatore della identificazione deI Shardana con le popolazioni sardo-nuragiche, in particolare con la tribù degli Iliensi dimoranti nel centro-sud dell’isola.
In realtà, si possono riscontrare tracce della presenzade I Shardananon solo nell’ambito del Mediterraneo ma anche nell’Europa del Nord. In Irlanda e Inghilterra sono stati rinvenuti numerosi reperti riconducibili a questi antichi guerrieri. Conosciuti col nome di “Eracliti” dai Greci, I Shardanadiedero vita ad una civiltà assai evoluta. Oltre ad essere dei valenti guerrieri ed ottimi strateghi in ambito militare, sono abilissimi nella navigazione e nelle tecniche di costruzione delle navi, danno vita a strutture architettoniche complesse e sono esperti nella lavorazione del bronzo di cui custodiscono gelosamente i segreti.
Per produrre il bronzo, di cui hanno il monopolio nel Mediterraneo, usano il rame che abbonda in Sardegna ma possono trovare lo stagno solo in terre lontane. Dopo aver circumnavigato l’Africa, probabilmente  arrivano in Zimbawe, dove si racconta fossero le leggendarie miniere di re Salomone, e dove ancora oggi, accanto alla zona mineraria, esistono le grandi fortificazioni in pietra con mura e torri tronco-coniche simili ai nuraghi, che hanno dato nome alla località e poi all’intero paese: infattiZimbawe in lingua Shona vuol dire “grandi case di pietra”. Il loro simbolo principale èun labirinto, rintracciabile in numerosi reperti venuti alla luce negli ultimi decenni in Sardegna. Lo stesso simbolo è presente in molte altre località sparse in tutta Europa tra cui la cittadina di Chartres, nota per l’omonima Cattedrale. La vasta diffusione di reperti riconducibili al popolo Shardanaha dato origine a numerose leggende. Secondo un’antica tradizione furono I Shardana a costruire il complesso megalitico di Stonehenge in Inghilterra contribuendo alla nascita della tradizione druidica.
Chi non ricorda, poi, quella famosa leggenda sul popolo dei Feaci? Conclusa la guerra di Troja, Omero ci racconta il viaggio di Ulisse e descrive Skerìa, l’isola dei Feaci, che pone al centro del Grande Mare. Essa è stata spesso identificata con la Sardegna che successivamente i Greci chiameranno SandalionIchnussa: i Feaci sarebbero i Sardi del centro ed i Lestrigoni, giganti antropofagi, sarebbero lepopolazioni del nord della Sardegna.
Questa ipotesi è sostenuta da alcune considerazioni.
Sulla prora delle navi dei Feaci è presente la mano tesa nel saluto che troviamo anche nei bronzetti nuragici e che ancora oggi molti anziani sardi usano.
La capitale del regno di Alcinoo era una città circondata da parecchie torri e in Sardegna abbiamo ancora oggi più di 8000 nuraghi.
Nella sua reggia è descritto il focolare al centro della stanza con sedili di pietra intorno, come era nei nuraghi e nelle case sarde fino a qualche decennio fa.
La corte di Alcinoo è frequentata da Demodoco, un aedocieco, forse un autoritratto dello stesso  Omero, e ancora oggi solo in Sardegna esiste il poeta improvvisatore che si cimenta nelle gare poetiche.
In Sardegna si vive l’ospitalità come sacrae si balla il ballo tondo simile a quello praticato dai giovani Feaci.
La Regina dei Feaci, Arete, che in greco significa Virtù, haun potere immenso per essere una donna, concilia e guida la mente e il cuore delmarito che l’ascolta e l’adora. E in tutto il Mediterraneo soltanto in Sardegna si è avuta la caratteristica del matriarcato, che ancora oggi sopravvive in Barbagia.
Omero sostiene che le navi dei Feaci non hanno bisogno di timone o timoniere, ma vanno veloci e sicure nei paesi del mondo, esse viaggiano coi pensieri dell’uomo, solcano il mare e l’abisso, avvolte in una nube di vapore e nebbia. Anche le navi deI Shardana sono veloci e si muovono senza remi né rematori.
Riguardo a I Shardana, l’archeologo australiano Vere Gordon Childe nel suo libro The Bronze Age(1930), scrive: «Nei santuari nuragici e nei ripostigli troviamo una straordinaria varietà di statuette votive e modelli in bronzo. Figure di guerrieri, crude e barbariche nella loro esecuzione ma piene di vita, sono particolarmente comuni. Il guerriero era armato con un pugnale e con arco e frecce o con una spada, coperto da un elmo con due corna e uno scudo circolare. L’abbigliamento e l’equipaggiamento non lasciano dubbi sulla sostanziale identità tra i fanti sardi e i corsari e mercenari rappresentati nei monumenti egizi come “Shardana”. Allo stesso tempo numerose barchette votive, anch’esse in bronzo, dimostrano l’importanza del mare nella vita della Sardegna».
Per i sardi nuragici la divinità superiore a qualsiasi altro dio era la “Dea Madre”, diffusa in Sardegna attraverso migliaia di statuine simbolo di femminilità e maternità, che rappresenta la donna come essere in grado di procreare e quindi di creare la vita, spesso identificata anche come Madre Terrache fecondata dal sole genera il raccolto.
Il loro dio era invece il Sardus Pater, rappresentato sempre con quattro occhi e quattro braccia e con antenne o corna.Il bronzetto più famoso che lo rappresenta si trova al museo di Cagliari, ma è stato ritrovato nell’area archeologica di Teti insieme altri bronzetti.
Platone racconta che un sacerdote egizio disse a Solone che ci fu un tempo più antico in cui gli eserciti di una grande civiltà venuta dal Grande Mare Occidentale invasero il nostro mondo tutto distruggendo e solo Atene si salvò (l’invasione del 1200 a.C.). Poi identifica questa civiltà conAtlantide, ma questa è ancora un’altra storia che piace forse al giornalista sardo Sergio Frau.
Giovanni Lilliu, in merito a I Shardana, sostiene: «I secoli nei quali si svolgono le vicende dei Sherdanw e dei confederati, che vogliono espandersi per contrastare l’egemonia della potenza faraonica, sono quelli che vedono le comunità nuragiche guidate dai loro principi toccare il massimo splendore nell’architettura e sviluppare un consistente e organizzato vivere civile, economicamente prospero».
Al di là di ipotesi, verità, leggende, il tema si presta a sogni e fantasie. Non essendoci stati tramandati testi scritti ci dobbiamo affidare alle fonti, alle ipotesi sui ritrovamenti e magari all’intuito o a una fervida immaginazione… Ma io come avete potuto verificare faccio mia la suggestione e la trasformo in realtà. L’artista può…in attesa della verità scientifica.  

domenica 6 dicembre 2015

I LIBRI DI ROBERTO LUCIANI E I SUOI NUMEROSI RESTAURI

http://wsimag.com/it/architettura-e-design/18424-roberto-luciani-e-lamore-per-il-sapere

Roberto Luciani e l'amore per il sapere

Come un personaggio di Elias Canetti

Roberto Luciani
Roberto Luciani
Architetto, archeologo, critico d’arte, giornalista scientifico, Roberto Luciani è specializzato in Restauro dei Monumenti e Conservazione Architettonica presso l’International Centre for the Study of Preservation and the Restoration of Cultural Property (ICCROM). Ha curato importanti restauri monumentali di beni architettonici, archeologici, storico artistici, giardini storici ed è autore di oltre sessanta libri, pubblicati da importanti case editrici, tradotti e distribuiti anche all’estero.
La sua biblioteca privata somiglia a quella del Peter Kien dell’Auto da fé e anche la sua incrollabile passione per il libro stampato, elegantemente rilegato, monumentale nella sua bellezza, ricorda la personalità del sinologo di Canetti. Luciani, però, è una persona estremamente socievole e gentile, rispettoso dei limiti altrui, curioso di ogni argomento, innamorato della conoscenza. Rammenta quei grandi studiosi del Quattrocento che amavano circondarsi di libri, antichi e moderni, di stampe e disegni, di materiale utile per studiare i “suoi” monumenti. L’architetto non è, però, uno di quegli studiosi immobili nel tempo e nello spazio, il suo amore per l’arte italiana ed europea lo ha condotto, infatti, a visitare molti musei, siti archeologici e città italiane ed europee, risiedendo anche all’estero, in Olanda, ad Amsterdam e Rotterdam. Sarebbe troppo lungo raccontare nel dettaglio la sua vulcanica attività perché ha progettato e diretto oltre trecento restauri, ha allestito numerose mostre, catalogato monumenti, partecipato a prestigiosi convegni e conferenze.
In sintesi Luciani ha progettato importanti restauri di beni architettonici a Roma (Castel Sant’Angelo, Complesso monumentale San Michele a Ripa Grande) e in Sardegna (Chiesa di San Pantaleo di Martis, Chiesa di San Nicola di Silanis a Sedini, Forte Camicia di Palau); di beni archeologici (Domus di Pompei, Anfiteatro Flavio); di beni storico artistici (Sacra Famiglia con San Giovannino del Maestro di Ozieri, retablo di San Giorgio (sec. XVI) nella chiesa parrocchiale di Perfugas; Gruppo ligneo Deposizione della Croce (fine sec. XIII) nella chiesa di San Pietro delle Immagini di Bulzi); di giardini storici (Horti Farnesiani al Palatino).
La sua produzione scientifica è veramente consistente, avendo pubblicato oltre 300 articoli scientifici su riviste specialistiche e istituzionali e innumerevoli volumi monografici. Si tratta di exempla antichi, come libri sul Colosseo, Foro Romano, Domus Aurea, Roma Sotterranea, Acquedotti Romani, Palatino, Imperatori Romani. Ma l’architettura non è solo quella romana, è fatta di chiese e palazzi medievali, rinascimentali, barocchi e moderni. Ecco quindi che la sua ricerca si estende anche verso queste tipologie, pubblicando volumi su molte chiese romane, Santa Maria in Trastevere, San Crisogono, San Giovanni in Laterano, Santa Marta al Collegio Romano, San Sebastiano all’Appia Antica, San Policarpo, solo per citarne alcuni. Tra i palazzi di Roma ha pubblicato saggi su Palazzo Caffarelli Vidoni, Palazzo della Farnesina, Palazzo delle Assicurazioni Generali, Palazzo del Quirinale, Palazzo del Collegio Romano.
Naturalmente si è occupato in modo approfondito anche di conservazione e restauro scrivendo Il Restauro storia tecniche protagonisti, Proposte di restauro, Restauro Architettura Centri Storici, Restauro e Tutela, Il Restauro dei beni Culturali nel Lazio, Beni Culturali della Chiesa un rinnovato impegno per la loro tutela e conservazione. Non ha trascurato nemmeno l’urbanistica e lo studio di territori, come quelli di Grottaferrata, Monterotondo, Sassari. Ha curato, inoltre, monografie di architetti (Giuseppe Zander architettoPietro Lombardi architetto), restauratori (Dario Carnicelli restauratore), cataloghi di mostre, saggi introduttivi e prefazioni (Caravaggio e Giordano BrunoL’agonistica greca in età romana). Come giornalista scientifico ha scritto oltre mille articoli di esclusivo interesse artistico pubblicati su quotidiani e periodici nazionali ed esteri. La diffusione della cultura ha per lui un valore etico e didattico, dirige infatti alcune collane editoriali, insegnando in alcune Università, anche Pontificie. La sua opera di maggior successo è il Colosseo (De Agostini 1993), che ha ottenuto un riconoscimento mondiale, specie nella traduzione spagnola, El Coliseo.
La cosa che contraddistingue uno studioso come Luciani e che lo differenzia dal sinologo di Canetti, è che lui non ama restare accoccolato soltanto sulla sua montagna incantata di libri, ma adora sporcarsi le scarpe nei cantieri di restauro e negli scavi archeologici, esplorare grotte e pertugi, meravigliarsi di ogni ritrovamento, scoperta, visione artistica. Pensate che nel 1991, incaricato di effettuare studi, ricerche e rilievi del complesso monastico di San Damiano in Assisi, si trasferì per alcuni mesi nel convento, dormendo in una cella e mangiando nel refettorio con i frati francescani, discutendo di teologia e di arte con il padre guardiano e gli altri fratelli, partecipando alle messe cantate pomeridiane.
Questa esperienza professionale e mistica è stata per lui fondamentale, infatti l’aspetto spirituale permea ogni sua attività. È vero che opera sovente nella sfera del sacro, ma anche laddove non abbia a che fare con chiese, monasteri, Università Pontificie, cardinali e alti prelati, si muove attraverso i vari campi della conoscenza con sacralità, conservando nei suoi occhi di sessantenne una luce di gioia e coinvolgimento infantili. Anche se sembra strano per un uomo come lui, così versato nel restauro e conservazione dell’antico, si occupa anche di arte contemporanea curando mostre con relativi cataloghi a importanti artisti come Herman Normoid e Agostino De Romanis. Ha conosciuto quest’ultimo al Ministero degli Affari Esteri dove Luciani era Coordinatore dell’Unità per la Collezione delle Opere d’Arte contemporanea della Farnesina, “Esperto” di beni culturali, curatore di importanti mostre internazionali. Alcune opere di De Romanis, infatti, facevano e tuttora fanno parte della Collezione Farnesina e Luciani ne ha favorito il lungo cammino professionale che ha portato il maestro di Velletri ad esporre le sue opere in molte parti d’Italia e del mondo, soprattutto in Indonesia.
Per la Farnesina Luciani ha curato la mostra Restoration methods and instruments of italian excellence in arts, sciences and technology che ha suscitato l’interesse di tutte le rappresentanze estere del ministero (Istituti italiani di cultura, Ambasciate, Consolati) con esposizione in importanti musei e istituzioni pubbliche. Per questo tra il 2011 e il 2015 si è stabilito di realizzare due circuitazioni parallele, quella Europea (prima esposizione a Bratislava, poi Vilnius, Riga, Minsk, Bucarest, Varsavia, Sofia) e nel contempo quella del Medio ed Estremo Oriente (prima esposizione ad Hanoi, poi Bangkok, Manila, Baghdad, New Delhi, Addis Abeba, Erbil). Altra grande mostra curata da Luciani è stata Il Palazzo della Farnesina e le sue collezioni esposta per la prima volta nel museo dell’Ara Pacis a Roma nel 2011 per poi essere esportata a Tunisi, Rabat, Algeri, Londra: vi erano in esposizione importanti opere di Afro, Campigli, Capogrossi, Depero, Dorazio, Guttuso, Levi, Mastroianni, Pistoletto, Pomodoro, Rotella ed altri e la mostra ha riscosso un enorme successo di pubblico e di critica con centinaia di articoli pubblicati sui maggiori quotidiani italiani ed esteri, trasmissioni televisive e radiofoniche.
Tra le chiese di cui si è occupato Luciani, merita una menzione a parte il grande volume Santa Caterina dei Funari del 2011. Si tratta di una chiesa importante, realizzata nel 1564 da Guidetto Guidetti, allievo di Michelangelo, che straordinariamente ha lasciato la sua firma incisa sul marmo del prospetto principale, con all’interno opere di Carracci, Muziano, Pulzone, Zuccari. Eretta per ospitare, insieme all’attiguo conservatorio, zitelle, ancora oggi custodisce un eccezionale patrimonio storico artistico. All’interno di essa, Luciani, ha catalogato oltre 1300 reperti. Si è trattato di un lavoro enorme per la complessità dei reperti costituiti da paramenti sacri, reliquiari, paliotti d’altare, cartegloria, messali. Dal 2012 Luciani ha iniziato il restauro di alcuni settori dell’immenso Complesso Monumentale San Michele a Ripa, tra i palazzi più grandi d’Italia con i suoi 334 metri di lunghezza, intervenendo anche nella Chiesa interna della Madonna del Buon Viaggio di Carlo Fontana anche con la progettazione del restauro di due grandi tele del XVIII e XIX secolo Transito di San Giuseppe eCristo sulla barca di Pietro e Andrea. Sull’edificio ha scritto nel 2014 due libri: Il Complesso monumentale di San Michele a Ripa Grande e La Fabbrica del San Michele, entrambi stampati dalla casa editrice dell’Ordine degli Architetti, Prospettive edizioni.
L'architetto fa parte anche della commissione costituita da tre studiosi per catalogare e studiare la Collezione d’arte pervenuta dai transatlantici dismessi e attualmente presso i depositi del San Michele. Insomma Luciani si dedica a ogni campo della conoscenza con partecipazione, curiosità, svisceramento delle fonti e delle bibliografie esistenti, un contatto diretto con la materia e tanta passione, passando da un tema all’altro come se l’oggetto di studio fosse una creatura e lo fa tuttora nonostante negli ultimi anni si sia dedicato alle sue due meravigliose gemelline. Anastasia e Angelica, due creature nate estremamente pretermine, vive per volontà divina, che riempiono la maggior parte dello spazio di Roberto e della moglie Franca, anzi è grazie alla loro abnegazione che le fanciulline, ormai quasi adolescenti, sono riuscite a far parte del Coro di Voci Bianche del Teatro dell’Opera di Roma e a cantare in importanti Opere come Werther e Turandot.
Attualmente, Luciani, continua a occuparsi di arte contemporanea lavorando a una mostra antologica dell’artista Sandro Luporini, anche noto per aver scritto i testi delle canzoni di Giorgio Gaber, che si allestirà nell’estate 2016 alle Terme di Diocleziano, prestigiosa sede della Soprintendenza speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area archeologica di Roma che, grazie al nuovo Soprintendente architetto Francesco Prosperetti, si sta aprendo all’arte contemporanea. La Direzione Artistica dello straordinario progetto, che comprende anche Spettacoli e Conferenze, è di Philippe Daverio ed è stato promosso da Prosperetti insieme all’Archivio di Sandro Luporni e alla Fondazione Gaber su proposta sempre di Roberto Luciani a dimostrazione della sua versatilità.